domenica 21 gennaio 2018

IL RUOTINO DI ANTONY MORATO





Milano, la bella Milano. Le gonne d’inverno, le vie intasate, gli aperitivi pieni di stuzzichi, il lavoro istantaneo. Ecco, fu l’idea del lavoro che mi spintonò nella metropoli. Ad Alloccopolis o pulisci i cessi o ti fai mantenere da una segretaria, e gli aperitivi sono unti da pochi crostini secchi. Approdai in Stazione Centrale una sera d’inverno. Neon e freddo mi provocarono una vertigine irrequieta. Presi un panino e una birra. Il barista mi scrutava con i suoi occhi stanchi e inespressivi. “Fanno 23 Euro caro”, disse senza emozione. “Per una birra calda e un panino di ieri?”, “Lo scontrino è sul banco,” disse mostrandomi alti i palmi. Inutile insistere. Sprofondai nella metro insieme ad un esercito stanco di persone. Avevo preso un monolocale in affitto sul web, lontano dal centro. Al mio arrivo un rumeno mi consegnò le chiavi accompagnandomi dentro. “Io vado,” disse. “Tutto qui?”, risposi. Non so perché mi sembrava lecito aspettarmi qualcosa. “Le buste per la differenziata sono nel tiretto della cucina”, “Ok, amico, grazie”. E sparì dileguandosi nelle scale. Fuori la finestra s’alzava a pochi metri un palazzo, nessuno aveva le tendine e li vedevo cucinare e borbottare di continuo. Li guardai per ore, un tizio vide che lo spiavo ma ributtò subito lo sguardo sulla padella. L’intimità non sembrava avere valore. Dormii un sonno pigro e senza sogni.

Il giorno dopo mi tuffai in metro all’alba. L’esercito stanco della sera prima era adesso un plotone pronto a vincere tutto, pieno di energia. Una volta in centro decisi di fare colazione. Ordinai un cornetto al banco. “Mi passa lo zucchero?” chiese un giovane. Lo guardai per un tempo imprecisato. Aveva i capelli impomatati come gli omini della Lego; una sciarpa multistrato e il riporto dei calzoni ad altezza menisco. Due mocassini rossi come il sangue chiudevano le caviglie nude. “Lo zucchero, lì, alla sua destra, mi passi una bustina”. “Ah, si, mi scusi”. Presi una bustina e la passai al giovane. “Lei non è di qui, si vede,” disse sicuro. “No, infatti, sono arrivato ieri”, “E le piace Milano?” chiese sorseggiando. “Sono arrivato ieri,” dissi di nuovo. “Oh, veda, si abituerà presto, Milano ti prende lei, non serve cambiare o affannarsi negli incontri, le piomberà tutto addosso senza che lei si dia conto”. Tirò fuori un mazzo di soldi arrotolati come un tubo e pagò la consumazione. “E’ così che funziona qui, bisogna far vedere di cosa si dispone. Le piacciono i miei mocassini?” chiese. “No, a dire il vero non molto,” risposi. “Male, ragazzo, molto male. Si vede che lei è nuovo. Sono della nuova collezione estiva di Dolce&Gabbana, costano 487 Euro”, “Ma siamo in inverno,” contestai. “Bene. Vede? Bisogna essere avanti, sempre avanti, mai indietro”, “Non ha freddo ai piedi?”, “Certo, non li sento più da almeno due ore, è come se il sangue non passasse più”. Lo guardai cercando di capire; pagai anch’io il mio caffè. Il tizio s’offrì di darmi un passaggio. Arrivammo poco dopo alla sua auto. Salimmo mentre catalogava tutti gli optional, come la verniciatura e la radio da 5000 Euro. Mi sedetti; lui spinse un pulsante luminoso e subito sentii caldo al culo. “Eh eh, le piace? Li ho fatti montare il mese scorso, 1200 Euro, se vuole alzo la temperatura,” chiese tronfio. “No, per Dio, anzi, la abbassi cortesemente”. Prendemmo a sfrecciare a velocità folle e tra caldo e paura quasi mi pisciavo sotto. Quindi prese una buca. Al tonfo sordo seguì il cigolio della cerchione sull’asfalto. “Cazzo,” urlai. “Non si preoccupi,” rispose quello, “è solo un’altra occasione per mostrare ciò di cui si dispone, proprio come le dicevo al bar”. Non capivo dove volesse andare a parare e lo guardai con occhi basiti. “Venga, le mostro”. Lo seguii fino al retro dell’auto, dove aprì il portabagagli ed estrasse uno strano ruotino viola. “Ma che cazzo…” urlai. “E’ della collezione di Antony Morato, comprato già da un mese, e adesso ho l’occasione di mostrarlo al mondo. 3000 Euro”. Montammo l’orribile ruotino, non era della grandezza giusta e ci mettemmo tutta la mattinata a metterlo su. Il tizio mi diede un paio di guanti di Roberto Cavalli per non sporcarmi le mani. 46 Euro. Ero sfinito, chiesi di riaccompagnarmi a casa e lui si mostrò gentile. Andava piano, credo per far vedere il ruotino a tutti. Sotto casa mi chiese il numero, lo recitai a voce con l’ultima cifra sbagliata. Ne avevo abbastanza di quel tizio, e forse di Milano tutta. Tornai al monolocale. Guardai per ore i tizi che cucinavano come sotto ipnosi, credo si sentissero soli.

giovedì 2 maggio 2013

Bomba atomica.

  Era il primo giorno di occupazione al Liceo. Io, Testa di Gomito e Il Riccio decidemmo di non partecipare alla riunione studentesca in palestra, ritenendo superflue – e forse anche noiose – le urla impegnate dei rappresentanti d’istituto. (Megafoni e slogan non erano nelle nostre corde, diciamo). E allora andammo al Todis e, acquistati due fiaschi di whiskey, prendemmo posto nel prato adiacente al Liceo. Ricordo che dimezzammo i recipienti a velocità supersonica. Com’era prevedibile, perdemmo ogni sorta di freno. Eravamo giovani, troppo giovani – mai prima di allora avevamo ingurgitato così tanto alcol in così poco tempo. 
Il primo ad impazzire fu Il Riccio. Gli occhi rossi e gonfi, i capelli pieni di fili d’erba, puntò le mani a terra e s’alzò con uno scatto; poi si rivolse a noi, tutto minaccioso: 
«Dove avete messo la mia borsa? Ladri!» disse. 
«Hey Riccio, guarda che ti pende dalle spalle» dissi io. E giuro che era la verità. 
«Robin, non prendermi per il culo, dimmi subito dov’è nascosta.» 
«Oh, ma vai a cagare, rincoglionito» disse Testa di Gomito. 
«LADRI!» urlò Il Riccio, e prese a correre veloce. Riuscii a seguirlo con lo sguardo fino alla stradina che portava al parco dell’asilo. Borsa a tracolla, correva zigzagando fra i pini altissimi. Sicché mi trovai solo con Testa di Gomito; e adesso anche lui, preso dal demone del whiskey di terz’ordine (due bottiglie le pagammo Lire 12.000), dava segni di follia. 
«Andiamo all’assemblea» disse. 
«Non mi pare una buona cosa». 
«Non preoccuparti Robin, stiamo benissimo» rispose Testa di Gomito, sorridendo. «Nessuno si accorgerà di nulla». 
Acconsentii. Ma quando ci alzammo fu tutto più difficoltoso, e dovemmo appoggiarci l’uno all’altro per arrivare alla palestra del Liceo, dove i rappresentanti d’istituto infuriavano in discorsi impegnati e incomprensibili. Li ascoltammo per un po’. 
«Che cazzate!» disse Testa di Gomito. 
Io tirai fuori il whiskey avanzato e chiesi al mio amico se ne voleva. 
«Dai qua!». 
Afferrò la bottiglia con il palmo e ingurgitò tutto fino all’ultima goccia. 
Quel che accadde dopo fu storico e inevitabile. Testa di Gomito iniziò ad emettere strani grugniti e rutti; girava su se stesso come una trottola sbilenca; di tanto in tanto accennava dei disgustosi conati di vomito. 
«Stai bene?» chiesi preoccupato. 
«Benissimo Robin». E cadde al suolo come un sacco. 
Gli sfilai la cartella e lo accovacciai sul muretto della scuola, dove, gli occhi socchiusi e ombrosi, cominciò ad urlare articolatissime bestemmie. Provai a fermarlo, tappandogli la bocca con la mano, ma accennò un altro conato e la ritrassi all’istante. Quella manovra aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti, e soprattutto dei rappresentanti d’istituto, che (maledetti loro!) non tardarono ad avvertire i docenti. 
Venne il prof. di matematica. Era un omone alto, canuto, dall’aspetto stranamente giovanile. Le braccia gonfie facevano intuire l’immane forza dell’uomo. Si dimostrò subito comprensivo. 
«Come va, ragazzo» disse il prof., dolcemente. 
«CAZZO PROF., UNA BOMBA ATOMICA, UN COLLASSO, SONO IN UNA BOTTE DI FERRO.» 
«Ci sei caduto nella botte, ragazzo» rispose il prof.. 
Intervenni. 
«Ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male» dissi. «Dev’essere stata la maionese, forse era guasta». 
«Capisco» rispose il prof., «anche tu hai mangiato lo stesso panino?» 
Abbassai vergognoso lo sguardo. 
«Sì». 
Il prof. afferrò di peso Testa di Gomito e se lo caricò sulle spalle, sicché prese la strada dell’ospedale, che era poco più su, dopo una ripida salita. Mentre lo trasportava (apparentemente senza fatica), io continuavo con la storia della maionese, ma lui scuoteva solo il capo come un sordo. 
Arrivammo così all’imbocco dell’ospedale. Il prof. fece un cenno con la mano ad un’ambulanza di passaggio. Gli addetti scesero lesti dalla vettura, montarono una barella e la posero dinanzi a noi. Il prof. abbassò la schiena e lanciò Testa di Gomito sul lettino. Ma qualcosa andò per il verso sbagliato, perché il mio amico – che poteva anche essere morto, tanto dormiva profondamente – fece una capriola su se stesso e cadde sbattendo il naso sull’asfalto duro e bollente. Svegliatosi di soprassalto, un fiume di sangue torbido dal naso, iniziò a bestemmiare e piangere. Gli addetti gli misero una flebo, lo caricarono sulla vettura e si diressero a sirene spiegate verso il pronto soccorso. Io e il prof. li seguimmo a piedi. 
Mi sedetti nella sala d’aspetto, che era pulita ed illuminata bene. Stavo quasi per prendere sonno, quando sentii una mano sulla fronte. Era il medico. 
«Hey ragazzo, vuoi anche tu una flebo?» 
«No, grazie» risposi, «sono a stomaco vuoto». 
Mentre ero impegnato in tali discorsi, entrò un’altra barella. E indovinate chi c’era sopra? 
«Hey Robin» urlò Il Riccio. Aveva metà testa fasciata con le bende. Sul viso, alcune chiazze di sangue raggrumato. 
«Amico, ma che fine avevi fatto?» 
Non ebbi risposta, perché gli infermieri lo inabissarono in uno stanzino azzurro, chiudendosi la porta alle spalle. Il medico mi spiegò che Il Riccio aveva battuto la testa su di un palo ed era svenuto. Alcuni bambini dell’asilo, durante l’ora della ricreazione, l’avevano trovato a ridosso di una siepe piena di spine, sicché erano corsi ad avvertire le rispettive maestre. 
«Sicuro che avete solo bevuto?» chiese il medico. 
«Sì». 
«E cosa? Plutonio?» 
«Whiskey da 6.000 Lire». 
«Mmmh, capisco... be’, siete davvero scarsi» disse il dottore, e sparì nei budelli interminabili del pronto soccorso. 





domenica 17 febbraio 2013

Dal Lemonissimo alla galera.

  Il Vichingo non è sempre stato così, grosso e violento. Anche lui conobbe gli agi dell’infanzia; anche lui fu un bambino come tutti gli altri, indifeso e docile. Quand’era piccolo veniva al bar e si sedeva sullo sgabello, dove rimaneva ore a guardare i cartoni animati e la gente che giocava a briscola. Tutti gli volevano bene; era un anche un bel ragazzino, dicono. 
Le cose iniziarono a cambiare quando il Vichingo, un giorno, aprì il frigo dei gelati e tirò fuori per la prima volta un Lemonissimo. Quindi aprì l’avvenente involucro giallo e ingurgitò il gelato in un solo boccone. Poi buttò di nuovo le mani nel frigo, prese un altro Lemonissimo e ingurgitò anche quello. Finì che ne divorò una dozzina in pochi minuti. Nel bar gli avventori giudicarono quel comportamento del tutto normale. Dopotutto, era pur sempre un bambino, ed ai bambini piacciono i gelati. 
Purtroppo, nei tempi successivi, il Vichingo venne preso da una specie di malattia che lo costringeva a divorare dai venti ai quaranta Lemonissimo al giorno. Una roba impressionante, mai vista. Quando il titolare del bar, Victor, apriva la serranda all’alba, ebbene, il Vichingo era già lì, pronto a dare inizio all’assurdo rito zuccheroso. Victor fu costretto a raddoppiare le chiamate al fornitore dei gelati. Il Vichingo arrivava a spendere anche quarantamila lire al giorno pur di satollarsi con il freddo manicaretto. Tutti, nel bar, s’aspettavano che il giovane, prima o dopo, stramazzasse al suolo inerme. 
Ma non andò così, anzi: i Lemonissimo ebbero un effetto stranissimo sul giovane, che prese a crescere incredibilmente di un palmo al giorno. Le braccia si gonfiarono come due canotti. Le gambe, prima esili e sinuose, divennero in poco tempo due colonne di cemento armato, dritte e forzute. La voce s’incupì e s’alzò di volume. Le sue grida improvvise provocarono un paio di infarti tra gli anziani giocatori di carte. Il corpo si coprì di una pelliccia fitta fitta di peli carnosi, dello stesso colore della birra. L’ampio petto divenne inespugnabile e villoso. 
Insomma, la faccenda era questa: più Lemonissimo ingurgitava, più diventava grosso e minaccioso, e ben presto diventò minaccioso anche negli atteggiamenti. 
«Dammi il mio Lemonissimo, idiota,» urlava rivolgendosi a Victor. «O vuoi che ti infili quella testa di cazzo nel frigo?» 
Victor, tutto pauroso, eseguiva gli ordini con zelo. 
Nel bar non lo riconoscevano più. Il bambino grazioso, a cui tutti volevano bene, appariva adesso irrimediabilmente perduto. Unico nodo con il passato, la passione incontrollabile per il Lemonissimo. Gli avventori del locale cominciarono presto a temerlo, giacché il Vichingo, una leccata dopo l’altra, diventava sempre più violento e, per via dell’ormai incredibile massa muscolare, sempre più pericoloso. Come si capisce, dal Lemonissimo alla galera il passo fu breve, e forse inevitabile. 
Il tutto avvenne una sera calda e apparentemente noiosa. Il Vichingo giocava a scopa con la Faina, suo vecchio e fedele amico. A terra, una piccola montagna composta in parte di involucri di Lemonissimo, in parte di pacchetti di sigarette vuoti. 
La Faina fece scopa e gli animi presero subito fuoco. 
«Non è scopa,» disse il Vichingo. 
«Sì che è scopa,» rispose la Faina, «quattro e tre fa sette.» 
«No.» 
«No, cosa?» 
«Quattro e tre fanno undici,» disse il Vichingo convinto. «Se hai l’undici metti scopa, altrimenti hai perso e ti tocca pagare tutti i Lemonissimo di oggi. Fanno centomila.» 
«Non c’è l’ho l’undici,» ribattè la Faina. «Ma non ti pago un cazzo lo stesso.» 
Il Vichingo lo guardò in cagnesco. I suoi occhi sembravano capaci di far tremare i muri. Poi s’alzò dal tavolo e raggiunse il bancone, dove disse a Victor che i numerosi gelati sarebbero stati pagati comunque a breve. Quindi chiese un passaggio a casa ad un altro tizio. Dopo una decina di minuti fece la sua apparizione nel bar. Scartò un Lemonissimo, lo infilò intero intero in bocca e si diresse dritto verso la Faina, che, ignaro del pericolo, guardava una trasmissione sportiva controllando la schedina. Quando gli fu alle spalle, estrasse una frusta dalla giacca e prese a colpirlo sulla schiena. Era un frusta medievale, fatta con un nervo di qualche animale e con delle palline di ferro sulla punta. Una roba da film. La Faina cercò di scappare, ma si fermò abbracciato al VideoPoker nell’angolo lontano del locale. Il Vichingo lo frustava con una cattiveria disumana deturpandogli la schiena. Gli schiocchi delle frustate erano terribili, sembravano tanti colpi di pistola. 
Tutti guardavano la scena increduli. Un qualcosa di quasi sacro stava avvenendo; un’eco biblica si sparse per il locale. Il Vichingo era il centurione, la Faina Gesù Cristo e il VideoPoker la croce. Andarono avanti così per un po’, finché Victor fu costretto a chiamare le forze dell’ordine. Ci vollero sei agenti per immobilizzare l’improvvisato centurione. Alla fine lo caricarono sulla volante e lo scortarono fino al carcere più vicino, dove tutt’ora risiede. 
Al giorno d’oggi, nei tempi in cui scrivo, la Faina sempre si reca in carcere per trovare il suo voluminoso amico. Nelle mani, un cartone stracolmo di Lemonissimo. 







lunedì 28 gennaio 2013

Due tizi che bevono piscio a due passi dal mare.

  Una volta arrivati Peppe s’infilò una camicia bianca di raso, con degli incomprensibili riflessi viola e delle tigri in altorilievo sulla schiena. Gli chiesi se ne avesse una per me. Lui aprì il portabagagli, estrasse un cartone e me lo buttò in mano. Dentro, piegate, c’erano una dozzina di camicie. 
  «Scegli pure,» mi disse con tono amichevole. 
  Le camicie erano tutte inguardabili. Un pessimo stock. Va beh... sia come sia non dissi nulla e scelsi la meno peggio, verde-lime, con i colletti lunghi fino al capezzolo. Sulla schiena c’era il disegno di due tizi che fornicavano. 
  «Ottima scelta,» disse Peppe. «Quella è una delle mie preferite.» 
  «Quale scelta,» dissi io. E proseguimmo verso il ristorante. 
  Prendemmo un tavolo e ci sedemmo. Un cameriere scrisse l’ordinazione su un foglio e sparì nella cucina. Quando tornò aveva in mano gli antipasti e una brocca carica di vino. Riempimmo i boccali. Bevemmo per un po’. Il vino sapeva di urina. Due tizi con due strane camicie che bevono piscio a due passi dal mare. 
  Durante gli antipasti Peppe ingurgitò un certo numero di bicchieri. Gli occhi diventarono subito lucidi e alzava di continuo il tono della voce. Adesso diceva anche cose strane. 
  «Ora mi ridai la camicia.» 
  Sulle prime risi. Giocavo al suo gioco, dopotutto. E allora ordinai dell’altro vino e dell’altro pesce. Brindammo di nuovo. Il vento ci accarezzava con il suono cupo delle onde. Poi Peppe riattaccò: 
  «Non scherzo, Robin, togliti quella camicia e ridammela.» 
  «Rimarrei nudo,» replicai. 
  «Non posso aspettare molto.» 
  «Non aspetterai molto.» 
  Il cameriere fumava poggiato ad una colonna. Al tavolo d’angolo, due pescatori giocavano chiassosamente al gioco della morra. Avevano le mani nere e i calzoni legati con le funi delle barche. Sulla spalla di quello più alto era tatuata un’ancora blu. Peppe urlò qualcosa; il tizio con l’ancora ci raggiunse subito. 
  «A chi hai detto coglione,» disse poggiando i polpastrelli sulla tovaglia. 
  Non racconto il battibecco che seguì: è difficile e forse inutile. Quel che feci fu di trascinare Peppe all’interno del locale, dov’era meglio illuminato, e lontano da quel tizio. Al bancone ordinammo qualcosa di fresco. Peppe tornò alla carica con la storia della camicia, ma stavolta finì subito, perché anche il pescatore adesso reclamava qualcosa. Lo vidi che gesticolava al di là della vetrina. Sembrava un fantasma dietro quel vetro opaco; e pareva capace di cadere ad ogni secondo. Nel palmo aveva il coltello ricurvo per sgusciare i frutti di mare. 
  «Vieni fuori!» urlò il pescatore agitando la lama. «Adesso ti taglio quella camicia di merda.» 
  Aveva le pupille come il fondo di certi mari – torbido e cattivo. L’altro pescatore (quello senza l’ancora) si avvicinava anche lui. Sembrava tutto molto pericoloso. 
  Peppe mise la mano dentro l’ascella e fece alcune scoregge agitando il braccio su e giù. Che roba stronza, pensai. Ma funzionò: i due pescatori, forse intimoriti, andarono a piazzarsi qualche metro indietro, sotto la luce gialla di un lampione. Il coltello per i molluschi sparì in una tasca e ripresero a giocare alla morra. Io e Peppe finimmo i drink. 
  Com’era prevedibile, una volta risolta la faccenda con i pescatori, Peppe tornò ad occuparsi di un’altra faccenda. 
  «Tira via la camicia, adesso,» disse. 
  «Non puoi chiedermi questo.» 
  Comprai un paio di fiaschi e andammo verso il mare, sulla spiaggia fresca. Bevemmo il primo fiasco. Peppe continuava a chiedermi la camicia, ma io avevo troppo freddo e facevo finta di non ascoltarlo. Accesi una sigaretta. Il sole mandava dal mare una luce gialla e viva. Peppe prese un fiasco e lo lanciò nell’acqua. Le onde schiumose lo inghiottirono con un tonfo sordo. Poi, senza guardarmi, disse: 
  «Passami il fiasco pieno.» 
  «L’hai appena lanciato.» 
  «Davvero?» 
  «Guarda.» 
  Gli diedi il fiasco e lui lo capovolse sulla sabbia. Era vuoto, senza dubbio. Peppe aveva affondato l’ultima roba da bere. Quindi infilò due dita nella sabbia e pescò le chiavi dell’auto. C’imbarcammo nell’angusto veicolo e partimmo senza dire grosse cose.

domenica 20 gennaio 2013

Poeta maledetto.

  Ma come si può pensare di cambiare le cose così facilmente, bisogna essere pazzi. Il rischio è enorme. Come quella domenica, quando la titolare del bar, Elena, incurante di alcune radicate tradizioni, si mise in testa di “alzare il tono del locale”, organizzando un reading di poesie proprio durante l’ora delle partite di calcio, senza considerare che da anni, io e gli altri, schedina alla mano, ingurgitiamo galloni di GinPiscio trastullandoci con l’insipido campionato – e così facevano i nostri padri, i nonni, i trisavoli e così via. 
Quella domenica mancavano pochi minuti al fischio d’inizio. L’atmosfera era festosa e (per via delle ingenti somme che elargiamo alle agenzie di scommesse) anche un po’ tesa. Elena fece la sua apparizione nel bar accompagnata da uno strano tizio con l’ampia barba rettangolare e una pila di scartoffie sottobraccio. Quello posizionò un leggio nell’angolo lontano e aprì dei fogli dattiloscritti inarcando il monociglio. Non ci piacque da subito: aveva un fare spocchioso e saccente e l’espressione ebete. Ci sorrise mostrando dei disgustosi denti ingialliti, in tono con l’orribile camicia di velluto. Nessuno si sentì di ricambiare il saluto. 
Elena posizionò degli sgabelli a semicerchio, edificando così un piccolo anfiteatro. Quindi vennero delle altre persone. Ognuno di quelli (Dio, perdonali!) ordinò un tè e prese posto. Guardammo la scena con sconforto, ma anche con indifferenza, poiché il tizio della TV aveva annunciato l’inizio delle partite. Fu una questione di priorità. 
SuperTramp prese il telecomando e alzò il volume. Allora iniziarono le incomprensioni. Elena disse: 
«Devi togliere l’audio. Ora leggiamo delle poesie.» 
Strabuzzammo gli occhi. Ci fu un silenzio pesante. Il poeta, che adesso era in posa petto-in-fuori, ci parve ancora più odioso. I fans sorseggiavano il tè dalla tazza che fumava. 
Lo Hobbit s’accarezzò i capelli imbalsamati di gelatina e, con un certo astio, disse: 
«Elena, ascolta, oggi è domenica.» 
«Non cambia nulla che giorno è, ho deciso che oggi leggiamo le poesie e non deve volare una mosca. Basta con questa storia delle partite. Bisogna alzare il tono del locale.» 
«Elena, ti prego, cerca di capire,» ribatté Lo Hobbit, «ho giocato un collasso di soldi sullo zero a zero secco della Fiorentina. Insomma, proprio si deve? Proprio oggi?» 
«Anche la tua giocata non cambia nulla. Dovete abituarvi: cambierò l’intera situazione. Ormai è deciso!» 
Lo Hobbit non replicò e tornò a sedersi sullo sgabello. SuperTramp pigiò il tasto MUTE. Il poeta inopportuno diede un colpo di tosse, di quelli che sanciscono l’inizio di un qualcosa di importante e invitano al silenzio. L’atmosfera era irreale: da una parte un manipolo di tizi che beveva litri di GinPiscio e guardava una televisione muta; dall’altra, dei coglioni che bevevano tè con l’aria dotta, di superiorità, mentre il loro pupillo s’accingeva a recitare i primi versi. 
Il poeta, tronfio, attaccò con le sue amenità: «Il giglio splendeva sulla montagna, bagnato dal sole pavido di...» ma non finì il verso che la Fiorentina prese gol. Il resto è storia. 
Lo Hobbit tirò fuori un urlo disumano, che risuonò nel bar come una fucilata; poi prese la schedina e iniziò a divorarla come un ossesso. Un vento ingiurioso, composto in parte di bestemmie, in parte di gorgoglii incomprensibili, gli usciva dalla bocca rimbombando per tutto il paese. Sembrava lo stessero scannando. Rotolava a terra come un cilindro e si dava i cazzotti in faccia da solo. 
«Fai silenzio!» ordinò Elena. Ma quello continuava a rotolarsi e nessuno di noi ebbe il coraggio di richiamarlo. La smorfia di disappunto del poeta fece eco a quella dei fans. Una tazza di tè cadde a terra spargendo l’inutile liquido sul pavimento. Uno dei fans, più voluminoso e robusto degli altri, lo invitò ad uscire fuori. Lo Hobbit sputò dei coriandoli bianchi dai denti e raggiunse l’uscio senza replicare. Lo vedemmo sparire dietro un dosso mentre si rotolava giù per una discesa, credo che piangesse anche. 
Il poeta chiese ad Elena se fosse il caso di ricominciare la lettura. 
«Fai pure», disse quella. «Non accadrà più.» 
Il poeta prese fiato e cominciò di nuovo: «Il giglio splendeva sulla montagna, bagnato dal...» ma non ebbe modo di finire neanche stavolta: il gol dell’Udinese vanificò anche la schedina del Vichingo, che iniziò col prendere a testate il VideoPoker, compilando una sinistra (e a noi del bar molto gradita) antologia di volgarità. 
«Così non si può lavorare,» disse il poeta con disappunto. «Non si ha rispetto per l’arte». A quelle parole, inevitabilmente, in maniera del tutto naturale, si scatenò la rabbia degli avventori assidui. 
Fast’and’Furious salì in cattedra. «Ma di che cazzo di lavoro parli,» disse. «Rompi solo le palle, coglione». Quelle parole mi fecero godere. 
«Io sono un Poeta,» disse il poeta. «E voi non sapete neanche cos’è una poesia, brutti cafoni.» 
«E nemmeno ce ne frega un cazzo, coglione,» ribatté lesto Fast’and’Furious. 
Un applauso si levò spontaneo. Elena, rossa dalla vergogna, vedeva avvicinarsi a grandi passi il fallimento della sua manovra. Il “tono del bar” scendeva evidentemente a picco. 
«Smettetela! Basta! Vi prego, basta!» gridava disperatamente la titolare. Ma Fast’and’Furious ormai era partito, e nulla poteva più fermarlo (e noi non ci pensavamo neanche). 
«Perché non alzi i tacchi e vai a fare in culo, idiota,» disse. «E portati appresso anche quei maledetti bevitori d’acqua calda.» 
«Cazzo, sì,» disse il Vichingo. «Giustissimo. Andate a fare queste cagate da un’altra parte.» 
Elena, che quasi sveniva, accennò un singhiozzo. 
«Siete dei cafoni,» disse il poeta, e quella fu la frase che lo condannò. Il Vichingo, con uno strano slancio, lo raggiunse in un baleno, alzò il braccio e gli mollò uno schiaffo con tutta la forza che aveva in corpo. Il divertimento era alle stelle. Il poeta fece un giro su se stesso e urtò il leggio. Un numero incalcolabile di fogli si sparpagliò a mezz’aria. Lo Hobbit e tutti noi eravamo stati vendicati. Complimenti vivissimi al Vichingo! 
Il poeta, com’era prevedibile, dinanzi la forza bruta ammutolì. Abbassò lo sguardo. A terra, un vento invisibile animava i fogli in una danza quasi macabra. Elena aveva la faccia giallo-urina: il fallimento era ormai certo. I fans (anche quello più forzuto) rimasero immobili sugli sgabelli senza aprire bocca. Avevano paura adesso, i colti dei miei stivali. 
Il poeta si chinò per raccogliere i fogli, ma Fast’and’Furious gli bloccò il polso in una morsa e lo scaraventò contro il muro. 
«Quella porcheria rimane qui,» disse. 
«No, le mie opere no, ridatemele.» 
«Rimangono qui, ho detto. Le useremo come carta da culo.» 
L’ilarità s’impennò vertiginosamente. Noi del bar ridevamo e ci sentivamo più uniti del solito. Il poeta capì che non c’era molto da fare: afferrò il leggio, se lo mise sotto un’ascella e raggiunse l’uscita. Lo vedevamo allontanarsi a capo chino, tutto vergognoso. Provai anche un po’ di pena per lui. I fans lo seguirono a ruota senza batter ciglio. Elena – per discolparsi, suppongo – disse che i tè erano gratis. 















































domenica 9 dicembre 2012

L’idraulico senza laurea.

  Quando mi chinai vidi che la ruggine s’era lavorata per bene il tubo di scarico del cesso. Nell’acciaio s’apriva una falla grande come l’oliva del Martini. Un’acqua nera e torbida aveva inondato per intero il pavimento del bagno e gran parte del salotto. Senza esitazione, sfogliai le pagine gialle in cerca di un idraulico. Sapevo che tale manovra avrebbe prosciugato impietosamente le mie tasche, ma non volevo affogare in un mare di merda a vent’anni. Sicché alzai la cornetta e composi il numero del pronto intervento. Una voce vetrosa, senza emozione, mi assicurò l’arrivo dell’addetto entro un’ora. Io tornai in bagno e infilai il pollice nella falla dello scarico, impedendo così la fuoriuscita copiosa dell’orribile fiumiciattolo nero. Mi sedetti sul bidet e aspettai. 
  Il tizio arrivò con un paio d’ore di ritardo. Era vestito di un bell’abito scuro, in giacca e cravatta, con le scarpe in pelle d’istrice. La sciarpa che gli cingeva il collo era un furetto sotto morfina. Nelle mani, un’elegante cassetta degli attrezzi tutta laccata d’oro, con delle iniziali diamantate in altorilievo. «Mi mostri la perdita», disse con fare frettoloso. Lo condussi in bagno e gli indicai il cesso con un gesto della mano. Lui si tolse il cappotto in pelle di elefantino, estrasse tenaglie e cacciaviti (anch’essi laccati d’oro) dalla cassetta e iniziò a manovrare frenetico il tubo di scarico. Mentre svitava o sostituiva questo con quello, io lo guardavo con inquietudine, e anche con spavento, poiché pensavo all’onerosa parcella che, di lì a poco, inevitabilmente, quel signore col vestito da sera mi avrebbe mostrato. 
  Dopo un primo momento senza parole, l’intimità del bagno ci portò alla conversazione. «Lei deve essere un universitario», mi disse. «Ha la tavoletta del cesso alzata e il sapone liquido di sottomarca». Io annuii, quasi vergognoso, con un cenno del capo. L’idraulico, ch’era evidentemente privo di tatto, continuò: «Scommetto che anche il frigo è vuoto, e che se aprissi la dispensa troverei solo scatolette», «È così», risposi triste, «ma è per questo che studio. Con la laurea sarà tutto diverso», «Se lo dice lei, sarà così, mi offra qualcosa da bere». 
  Andai in cucina per accontentarlo, ma l’unico liquido che trovai fu quello che vegetava in una polverosa bottiglia senza etichetta, da chissà quanto tempo. E allora dissi all’idraulico che non avevo nulla per placare la sua sete, senza il rischio evidente di un’intossicazione acuta. 
  Lui mi guardò compassionevolmente, con gli occhi del papà. Ficcò la mano in tasca e tirò fuori una monumentale pila di contanti. Quindi mi allungò una banconota di grosso taglio e disse: «Vai da Harry’s e compra un fiasco di champagne». Io appallottolai il potente foglio filigranato nel palmo; poi dissi: «Non so se potrò mai restituirle questo danaro», «Oh, non deve preoccuparsi», mi rispose l’idraulico mentre s’infilava un guanto di cachemire da lavoro, «me li restituirà dopo essersi laureato, quando sarà ricco e berrà lo champagne tutti i giorni». Non so perché, ma da quel momento un sorriso sinistro apparve sul viso di quello, e non andò più via. 








domenica 2 dicembre 2012

Il FacSimile.

  Anch’io andai al concerto di Capa’e’minchia. Anch’io, con in mano il potente biglietto prepagato, presi posto nella scoraggiante fila all’entrata. Un enorme serpente di persone partiva dai miei piedi per poi sparire, ininterrotto, dietro un pilone dello stadio. Un vero esodo. Proseguivo con la velocità del morto; quando raggiunsi le transenne era già buio. 
  Avanti a me, ad un paio di metri, scorsi un tizio che era uguale a Capa’e’minchia. Aveva gli stessi capelli, erti e gonfi sino allo spasimo. Gli chiesi se lui e il famoso cantante fossero, come mi pareva, la stessa persona. «No», rispose quello, «ma anch’io canto in una band, e suono benissimo la chitarra», «Impressionante», risposi con tono spento. 
  Il concerto ebbe inizio. I musicisti fecero la loro apparizione sul palco, sommersi da imponenti luci di circostanza. Il FacSimile estrasse l’IPhone dalla giacca e pigiò con il polpastrello dell’indice un quadratino luminoso. L’inconcepibile apparecchio emise un bip discreto, quasi intimo. Poi quello alzò le braccia verso il cielo, disegnando un ampio e immobile cerchio muscoloso. In alto, i palmi stringevano l’IPhone come in una morsa. Rimase non so per quanto tempo in quella posizione. Uno sforzo sovrumano, intollerabile anche solo alla vista. Di tanto in tanto si voltava verso di me, con un certo sorriso smargiasso, e diceva: «Guarda come registra bene». 
  Lo show si protraeva blandamente. Capa’e’minchia (quello vero, suppongo) si esibì in numerosi cambi d’abito, credo con l’intenzione di distrarre i fan dall’insipida voce. Si travestì da califfo, da papa, da re. Indossò la divisa dei poliziotti e quella del Ku klux klan. Correva su e giù per il palco come un demonio, incastonato in una coreografia oscena di negri snodabili e forzuti. Il FacSimile registrava, come imbalsamato, ogni secondo. «Dovresti seguirlo mentre corre, così rischi di perderlo», gli dissi. Lui, quasi con affetto, dichiarò l’infondatezza delle mie preoccupazioni. «Sono in modalità grandangolo», rispose fiero. 
  Il concerto si chiuse con Capa’e’minchia che imitava un certo santo, di cui non seppi mai il nome. Le luci s’abbassarono d’intensità. Qualcuno mise un vecchio disco, anch’esso di circostanza. Il monumentale evento era quindi finito, e già sapeva di anacronismo triste. Il FacSimile spense l’IPhone, lo nascose in una tasca e sparì nella folla. 









domenica 25 novembre 2012

La bevuta a secco.

  SuperTramp e Il Bizzo varcarono la soglia del bar. L’ora era quella dell’aperitivo. A parte la ragazza sbadigliante dietro il registratore di cassa, il locale era vuoto. Si sedettero ad un tavolo e ordinarono della birra scura. La tizia versò il liquido nei boccali e li raggiunse. Sembrava tranquilla, ma si vedeva ch’era presa da un’ansia sottile. Mentre poggiava il vassoio sul legno del tavolo la mano le tremava, e quando disse «Ecco la birra, ragazzi», lo fece con uno scricchiolio malfermo, più che con una vera e propria voce. Sicché i due abbassarono lo sguardo. La solitudine che avvolgeva i boccali svelava, anche troppo chiaramente, il mistero. «Dove sono gli stuzzichini?» chiese Il Bizzo con tono pacato. In cuor suo la compativa, poiché il bar non era di quella, ma di un tale, di nome Victor, ch’era evidentemente pigro e mai si degnava di fare la spesa per le vettovaglie da aperitivo. Quella si fece rossa in viso senza dire nulla. «Non preoccuparti, ragazza», intervenne SuperTramp. «Sappiamo come vanno le cose». 
  Congedarono quindi la barista con ampi gesti della mano. Quella tornò a trastullarsi dietro il registratore di cassa. Durante il brindisi provarono un senso d’imbarazzo, e anche di sconforto. SuperTramp, preso dall’agitazione, vagava nel bar con il disordine delle formiche, mentre formulava il potente ossimoro: «Non posso bere così, a secco». 
  E allora fece uno scatto verso la colonnina delle patatine e prese l’unica cosa che trovò: un pacchetto di TUC. Era felice, ma quando lesse la data di scadenza rimase basito. «Sono guasti da tre anni», disse nervoso. La barista scosse il capo e rispose che non era colpa sua, che Victor la costringeva a tenere lì quel pacco e non voleva saperne di toglierlo. «Dovete credermi», disse quella nell’imbarazzo. «Debbo anche sorbirmi la pena di lucidarlo ogni sera». SuperTramp e Il Bizzo giudicarono la situazione insostenibile. Bisognava parlare con Victor per chiarimenti urgentissimi. «Non preoccuparti, cara», disse SuperTramp. «Ora la risolviamo noi questa faccenda». 
  La notte stessa tornarono nel bar. Victor oziava con i gomiti poggiati sul bancone. SuperTramp andò celermente al sodo. «I TUC sono scaduti da tre anni», disse nello sdegno. Victor, senza un accenno di resistenza o astio, prese gli inopportuni salatini e li nascose nei segreti della cucina. «Dovete scusarmi, non m’ero accorto, devo proprio essermi distratto», disse supplichevole. I due sapevano che non era così, ma tanta arrendevolezza da parte di quello aveva fiaccato i loro animi irosi, sicché ritennero superfluo allungare la discussione. 
  Ordinarono così due birre scure con la sete del cammello. Ne presero delle altre e ingurgitarono anche quelle. Successe poi che Victor uscì dalla cucina con un vassoio pieno di leccornie. «Questo è per farmi perdonare», disse mentre inarcava il monociglio. I crostini erano disposti in maniera concentrica e ognuno di quelli era avvolto da una fetta di salume. Mangiavano con la fame del bulimico e neanche una mollica cadeva in terra. Alla fine rimase un solo crostino, Il Bizzo lo divise a metà con le mani e ne guardò l’interno. La modestia del mio linguaggio rende difficile descrivere l’orrore di quello quando s’accorse che, sotto l’avvenente salamino, era celato l’ignobile TUC. SuperTramp non s’avvide di nulla e arrivò a complimentarsi con Victor per l’ottimo servizio. L’inconcepibile barista venne sommerso dagli elogi. Il Bizzo non ebbe il coraggio di dire nulla. Victor, con tutta probabilità, sapeva che Il Bizzo sapeva, ma ciò non fece altro che accentuare il suo cinismo. «Non abituatevi, però», concluse secco. Capirono che replicare sarebbe stato inutile, poiché il vassoio era vuoto e le pance piene. Pagarono le spine e s’allontanarono. 

  Poscritto del novembre 2012: Al giorno d’oggi, nel tempo in cui scrivo, capita che Il Bizzo incontri SuperTramp mentre passeggia per le vie. E allora sempre gli parla dell’avvenimento insolito e sempre – lui stesso lo ammette – subisce la vergogna del bugiardo. A volte la tentazione di dire tutta la verità lo tocca, ma non vuole rovinare i ricordi al suo amico, e allora lo ascolta mentre quello parla fino a notte profonda del benedetto vassoio, e pure lui dice che è vero, sì, è vero che quel giorno (quello in cui Victor portò un mare di stuzzichini) fu un giorno glorioso e irripetibile.

domenica 18 novembre 2012

Il Campanilista ha appeso le foto.

  Quando feci la mia apparizione nel tugurio il Campanilista poggiava i gomiti su di un tavolo. Era vestito in gran pompa, di un ricco abito di velluto a coste larghe, e portava sulla testa un cappello da pittore, di quelli con la visiera quadrata che impedisce lo sguardo. Al collo aveva una sciarpa del colore della merda, increspata e avvolta in una vertigine di nodi. Fu lui ad accogliermi. «Robin, che piacere averti qui nel mio bar», mi disse. «Vieni al bancone, ti offro da bere». Senza entusiasmo, mi vidi costretto ad accettare la consumazione. Ci dirigemmo verso il delegato delle bibite e bastò un gesto del Campanilista affinché quello ci servisse da bere. Tirai una sorsata dal bicchiere alto e presi a guardarmi intorno. Uno strano fremito animava quel tugurio. Un tizio s’appese con gli arti alle spalle decadenti del Campanilista e disse: «Davvero un buon lavoro, la tua arte è insuperabile, complimenti di nuovo». M’accorsi, quindi, che sul muro, incorniciati con il legno, v’erano esposte due foto enormi. Erano immagini in bianco e nero. In una di queste figuravano i labirinti di una scala a chiocciola vista dal basso; in un’altra ecco che spuntava un balcone. In un abbeveratoio come quello, le foto mi parvero di cattivo gusto, e lo sfondo lilla del muro che le sosteneva mi sembrò un abuso dell’arte combinatoria. Arrivò quindi un altro tizio; anche questo sommerse di elogi il Campanilista e le sue opere; poi un altro e un altro ancora, tutti supini alla logica Campanilista. Giudicai costoro come una sorta di cerchia chiusa, composta da tante comari che si danno ragione l’un l’altro su tutto. Non so perché, ma pensai alla masturbazione. 
  Io non dicevo nulla, poiché le illusioni del Campanilismo non hanno fine e possono distorcere o inventare dal nulla. Fichte diceva che essere coraggiosi e essere tedeschi è, evidentemente, la stessa cosa. Così, credo, le comari elogiavano adesso le opere insignificanti del Campanilista. Ma quello era il suo bar, il suo Campanile, e a me stava bene così. (Dopotutto avevo la mia consumazione gratis). 
  Presi allora anch’io a tessere le lodi delle orribili foto, e più parlavo più quelli mi offrivano da bere. «Sono splendide queste immagini», dicevo ad alta voce. «Così cariche di significato, così glamour». E tutti che chinavano il capo consenzienti e offrivano le consumazioni. Sicché, preso come in un sogno, bevvi di tutto, bevevo e poi elogiavo. E lo feci con una foga tale che loro – come mi parve di capire – mi considerarono pari al rango di comari. 
  Quando mi giudicai ubriaco e neanche un bicchierino entrava più nel mio stomaco, allora salutai e dissi: «Questo bar fa schifo, ed anche quelle foto fanno schifo». Calò un silenzio da cimitero. Tutti mi guardarono ebeti. La SciarpaMerda del Campanilista teneva segrete le vene gonfie del collo. Le comari mi accerchiarono minacciose e il barista ritrasse la consumazione che stava per pormi con uno scatto olimpionico. «Andate tutti a cagare», dissi. E sparii sciogliendomi nella notte.

domenica 11 novembre 2012

Un caffè molto ristretto.

  Il barista, ch’era di padre rumeno e madre polacca, mi chiese l’ordinazione. Aveva l’ampia barba rettangolare e gli occhi lucidi d’alcol. Presi la Gazzetta Sportiva da sopra il frigo, l’infilai sottobraccio e raggiunsi il bancone. «Un caffè molto ristretto», dissi. «Caffè molto ristretto in arrivo, amico.» Caricò la macchina, mise la tazzina sotto il beccuccio e raggiunse un manipolo di tizi (anch’essi rumeni) appollaiati nell’angolo lontano del bar. Mentre mi trastullavo con l’inutile Gazzetta del venerdì, il caffè raggiunse il bordo della tazzina; ma io non dissi nulla, poiché il barista s’era incendiato in alcuni discorsi incomprensibili con un altro tizio. Capivo solo le bestemmie. 
  Tempo di leggere un trafiletto e la macchina sibilò sbuffando un vapore leggero. Il barista, dopo un’effimera corsa di alcuni metri, abbassò la leva metallica e la spense. Poi osservò mesto la tazzina ricolma. Ora ne fa un altro, pensai, butta quello e ne fa un altro daccapo. (Capisco adesso, mentre scrivo, che il mio era un abbondare nella fiducia, senza dubbio.) Sicché quello versò il liquido in eccesso sulla griglia della macchina e, come nulla fosse, servì l’orribile consumazione. «Avevo chiesto un caffè ristretto», dissi. «Caffè ristretto, amico», rispose. «È quello che hai chiesto ed è quello che hai davanti.» Iniziò allora un indecifrabile battibecco e giunse un secondo rumeno, ch’era grande il doppio del primo. Le spalle calanti e il naso spigoloso da pugile lo vestivano di un’aria da rissa. Sulle braccia aveva tatuaggi con effigi mostruose. Un vero animale, pensai, una bestia. L’energumeno poggiò gli arti gonfi sul bancone e disse: «Ci sono problemi? Forse il caffè non è buono?». Quindi presi la tazzina e ingurgitai il liquido increscioso in un baleno. Era freddo, con uno sgradevole retrogusto di guasto e la densità acquosa. «Buonissimo», dissi docile. Per celare il disgusto esibii un sorriso appariscente, ma senza emozione. Posso dire che la mia pantomima ebbe un certo successo: la belva s’allontanò con un grugnito e raggiunse gli altri suoi connazionali; il barista prese a frizionare con la pezza lorda un bicchiere oblungo; io, senza troppi fanatismi, tornai alla Gazzetta Sportiva. La forza bruta, una volta di più, aveva preso il sopravvento.

domenica 4 novembre 2012

L’inferno analcolico.

  Non ce la passavamo bene io e Testa di Gomito, un centone a notte taccheggiando la gente nel metrò e ci lavoravamo anche le borse dei pensionati. Due anni con gli scippi e neanche un soldo era nelle nostre tasche, poiché la notte giocavamo con i dadi e compravamo le bottiglie di GinPiscio da Harry’s, e in quei due anni abbiamo bevuto tanto che un granaio ne sarebbe pieno, sicché la mattina nulla rimaneva della notte e l’uno domandava all’altro cosa fosse quel livido o perché il cavallo dei pantaloni fosse strappato. Come quel giorno, quando Testa di Gomito mi disse: «Hai un occhio nero, devi esserti battuto anche ieri notte. Devi averne prese tante». Io non ci credevo e allora andai allo specchio, ma vidi quel cerchio livido spandere un grigiore triste fin sotto le guance. Era un maledetto occhio gonfio, senza dubbio lo era. Quindi ricalcammo le strade della notte e tutti dicevano che era Testa di Gomito che m’aveva colpito, e venne fuori che io (io che sono la metà di lui) ero svenuto e che Testa di Gomito m’aveva caricato sulle spalle come un sacco fin dentro il letto. «È inverosimile», diceva Testa di Gomito perplesso. «Se ti avessi colpito lo sapresti. Questa storia è davvero inverosimile.» Chiedemmo ad altri tizi, ma tutti confermarono che la notte c’eravamo azzuffati nella polvere come due cani e che io ero svenuto. «Oh, quand’è così ti chiedo scusa», disse Testa di Gomito. «Non fa niente. Era solo una curiosità. Andiamo da Harry’s», dissi io. 
  Comprammo così due galloni di GinPiscio e iniziammo a bere proprio davanti ad Harry’s fino a notte profonda. Ridevamo e lanciavamo i dadi a terra sulla luce allungata che veniva dalla vetrina. Un cane arruffato, con due occhi grigi, ci scrutava arcigno e il vento gonfiava le nostre camice. Presi a vincere in maniera monotona. Tiravo sempre i numeri più alti. Testa di Gomito iniziò ad innervosirsi. «Dadi stronzi, non è possibile che mi giri sempre male, sei un lurido baro», mi diceva tirando lunghe sorsate dalla bottiglia. Aveva la faccia rossa e gli occhi indipendenti come quelli dei camaleonti. Era su di giri e anch’io ci davo dentro con il bere. E allora lanciai di nuovo i dadi e quelli di nuovo mi fecero vincere. La situazione si faceva via via più perniciosa. «Se continua così dovremo litigare», mi disse. «Non è colpa mia, sono i dadi», «Tira dai, e stai zitto, infame», «Io tiro, ma tu non chiamarmi infame», «D’accordo, tira quei dadi, coglione». Non mi andava di litigare e sperai di perdere, sicché quando lanciavo i dadi io non lanciavo i dadi, io scacciavo la fortuna, alzavo gli occhi alle stelle invocando la malasorte; ma questa non arrivò: vinsi tutte le giocate e Testa di Gomito – com’era prevedibile – s’infuriò. «Quei maledetti dadi sono truccati», mi disse. «Non esagerare, e poi sono tuoi i dadi», «Allora sono le tue mani ad essere truccate, coglione». Mi afferrò per il collo e prese a sbattermi il grugno sul marciapiede. Poi iniziò con gli schiaffi. Alzava il braccio e, dopo una traiettoria ad arco, il suo palmo mi rimbombava sulla faccia come una fucilata. I suoi pugni mi raggiungevano in maniera invisibile, come una magia. E allora caddi e rotolai come una palla fino al muro. Mi giudicai sconfitto; chiusi gli occhi e credetti d’esser morto. Nel deliquio, vidi un enorme inferno dove i bar vendono solo succo d’ananas. Fu allora che ripresi coscienza. Alzai le palpebre e scorsi una bottiglia ch’era ancora piena. La presi e la ruppi sullo zigomo di Testa di Gomito. Quello prese a girare come una trottola e diceva parole indecifrabili. Lo colpii di nuovo e perse i sensi. Guardai per un po’ il suo corpo immobile spalmato sull’asfalto lurido. Mi sentivo il più forte; ma sapevo che quando Testa di Gomito si sarebbe svegliato allora davvero avrei raggiunto l’inferno analcolico. Bisognava inventarsi qualcosa. Presi Testa di Gomito e lo caricai in macchina. Lo portai in spalla su per le scale. Alla fine avevo la schiena a pezzi e camminavo curvo. Lo misi a letto e gli rimboccai le coperte dopo aver innaffiato d’alcol le lenzuola. Poi mi sdraiai e venni avvolto da un sonno irrequieto. 
  Il mattino dopo dissi a Testa di Gomito che aveva del sangue raggrumato sulla fronte. Lui andò allo specchio. «Chi diavolo mi ha fatto questo?» Aveva la voce rauca come quella dei travestiti. «Non saprei», risposi. «Anche a me dolgono le ossa, e parecchi lividi mi coprono la schiena.» Allora quello tornò a letto, fiutò l’alcol dalle lenzuola e disse: «Devo aver bevuto assai, senti che puzza che viene». Io annuii con un cenno del capo. Testa di Gomito prese un fazzoletto e s’asciugò il sangue. Ricordo che non riuscivo a stare in piedi e il corpo mi sembrava privo dello scheletro. «Dobbiamo scoprire chi è stato e fargliela pagare», disse austero. «Sì, gliela faremo pagare», risposi. «Lo troveremo e allora sarà la fine, lo assaliremo in due, io e te», «Io e te, sì, la pagherà, oh, se la pagherà». 












sabato 27 ottobre 2012

Sabbia e poker.

  So che lo accusarono di superbia, e forse di megalomania, o di follia. Tali accuse sono fuorvianti o ridicole. Quando giunse ad Alloccopolis, la sua apparizione fu indecifrabile; l’immagine era quella di una macchiolina dai contorni vaghi, invisibili. Il vento gli remava contro mentre, con il petto davanti, passo dopo passo, mi raggiungeva. Disse di aver attraversato gli innumerevoli deserti equatoriali e di avere la sete del cammello. Ordinai due Punch bollenti alla banana; l’Ermetico bevve senza emozione il suo. Era un uomo, diceva, cui la vita non può più riservare sorprese, poiché aveva vissuto, seppur in attimi diversi, il rischio e la serenità. Raccontò dei negri kenioti, cui il tempo libero permetteva di contare i granelli delle sabbie; descrisse le donne sdraiate sulle amache ai margini delle oasi, con il naso schiacciato e i capelli spessi come le corde che reggono le navi; parlò a lungo di un bar – il Bombay bar – dove gli ubriachi persi nel vino di cocco si cacano nei pantaloni e continuano a bere, con le braghe legate alle caviglie. (Per mesi sognò d’essere come quelli e numerose furono le notti insonni.) Aveva viaggiato ininterrottamente per un tempo impreciso; beveva vini superiori e alloggiava in alberghi lussuosi. Disse di non avere più un soldo. 
  Nei tempi che seguirono, lo sappiamo, sempre laborioso, mentre si applica nei lavori più disparati. Costruì delle mura altissime, innumerevoli assolati pomeriggi trasportò il tufo per le scale ripide; devastò con la falce gran parte dei giardini pubblici, dove con una brocca buttava l’acqua nella terra arida e ad ogni brocca d’acqua che versava ne beveva una d’Aperol. Questo accadeva nelle ore assolate; al calar della notte, l’Ermetico frequentava bar infami e bische incivili. Si scoprì un raffinato giocatore di poker. Chi lo vide giocare, racconta di un’abilità sovrannaturale. La sua qualità era – presumo – quella d’accorgersi dei sottili andazzi della sorte, con una monotonia quasi barbara. Per anni applicò quell’unico (ma utilissimo) vantaggio; un giorno calcolò che possedeva tre volte i soldi di quando iniziò a mescolare le carte. Sapeva che quegli anni non erano andati persi e l’idea di una nuova vita lo rabbrividì nella fronte. Alcuni lo ricordano sulle spiagge renose, sdraiato, con un vestito elegante e le carte del poker strette nelle mani. Forse la solitudine animava quei momenti; forse pensava al luogo che doveva raggiungere, ai soldi, ai cammelli o alle donne. A volte ringraziava le stelle, simbolo di un destino avaro di occasioni ma, tuttavia, favorevole. L’Ermetico non perse tempo e raggrumò la somma nel portamonete; non erano molti soldi, ma bastavano per ciò che aveva in mente. Fece la sua apparizione nella bisca e si sedette al tavolo verde. «Sono qui per arricchirmi del vostro danaro», disse agli avversari. Riuscì a tener testa a lungo; ma giocava d’istinto e d’istinto perse. L’avversario rastrellò il contante sparso sul tavolo con un ghigno. L’Ermetico uscì dalla bisca a capo chino, lo sguardo fisso sui sandali in pelle di armadillo. 
  Di qui si hanno poche notizie, quasi nessuna scritta. La sua apparizione era furtiva e lesta. Gli Alloccopolisiani fecero il possibile per aiutarlo; le collette furono numerose e sincere. L’Ermetico, di natura dignitosa, accettava solo i soldi per l’Aperol. Prendeva nei palmi l’elemosina, contava i pochi spiccioli che gli occorrevano e restituiva il resto. «Solo lo stretto necessario alla sopravvivenza», diceva. Tirava sorsate dal collo della bottiglia sotto l’ombra dei ponti o degli archi ombrelliformi. Nessuno riuscì mai a consolarlo, nemmeno l’Aperol. Com’era prevedibile, non resse a lungo. Disse che tornava nei deserti, dai negri e dai cammelli; avrebbe calpestato di nuovo le oasi immense. Forse davvero la sabbia lo chiamò; era un po’ uno spaccone delle circostanze, e forse il destino ha un debole per la gente come lui. Ci lasciò una sera polverosa, elemosinandoci la stessa macchiolina con la quale era apparso.

domenica 21 ottobre 2012

L’opera eterna di Fabio Volo.

  La storia della letteratura, forse per la sua vastità, abbonda di enigmi. Molti di essi mi sono indifferenti, poiché sono – come mi pare di aver detto – un lettore edonista: nulla mi colpisce più dell’estetica, anche quando è fine a se stessa. Tuttavia, un mistero m’inquieta: la strana gloria di quel tale, di nome Fabio Bonetti, in arte Fabio Volo, cui le opere conobbero tiratura elevatissima. Lo scopo di questi appunti è quello di svelare – seppur parzialmente – tale indecifrabile enigma. 
  Sappiamo che la vita di un autore può essere metafora delle sue opere e viceversa. (Dostoevskij vuole forse raccontarci le claustrofobie della galera attraverso i labirinti mentali di Raskolnikov; la solitudine di Roquentin può essere la motivazione lucida del rifiuto di Sartre al premio Nobel; le pagine di Hemingway sono Hemingway.) Tali arbitrari esempi ci portano ad esaminare la biografia di quest’autore. Fabio Volo nasce nel 1972 in provincia di Bergamo, che è la città dove attecchiscono con vigore alcuni dei pensieri più profondi del popolo italiano, come quello del tenace Bossi, cui i motti più in voga sono “Noi ce l’abbiamo duro” e “Roma ladrona”. (Molti bergamaschi urlano con le mani alzate non appena queste parole vengono proferite dal pulpito.) Nell’età dell’adolescenza, Fabio Volo decide che nulla può più imparare dai libri e lascia la scuola dopo l’impresa della licenza Media. Nei tempi che seguirono lo sappiamo intraprendere una moltitudine di lavori diversi, alcuni dei quali formarono e levigarono il futuro scrittore di successo. Essi sono il panettiere, il batterista, il cantante. Non mancò di incidere alcuni singoli dance; genere tanto amato da filosofi, pensatori, artisti di ogni genere e di ogni tempo. Iniziò, nel 1996, la sua esperienza in radio, che gli spalancò le porte della notorietà. Due anni dopo, la svolta: la prima apparizione in tv nel noto programma culturale Le Iene. Al suo fianco, gente del calibro di Simona Ventura e Andrea Pellizzari, cui molti studiosi dedicarono infiniti trattati per svelarne l’inestricabile pensiero. 
  Nel 2000, Fabio Volo si giudica maturo per la pubblicazione del suo primo libro, che intitolò Esco a fare due passi. Quest’opera è, ovviamente, geniale. Cercherò di svelarne la complessa trama. Un DJ radiofonico si scrive una lettera che immagina di ricevere dopo cinque anni. Nella lettera annota la sua vita, le sue opinioni, i suoi incontri. Non mancano gli aforismi misteriosi. Ne trascrivo il più gagliardo, che richiama addirittura quelli biblici di Salomone: «C’è chi cerca l’altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza. Sono uno spicchio di me stesso». Quale maestosità di intrecci! Quale incredibile tecnica narrativa! È un peccato che autori come Saul Bellow non possano leggere tale capolavoro; il Nobel brucerebbe all’istante il manoscritto di Herzog, dove il protagonista è l’ebreo che manda lettere al mondo. Un enorme velo di vergogna lo avvolgerebbe. Insomma, uno scritto insuperabile. 
  Negli anni successivi il genio di Fabio Volo non conosce limiti: irrompe nelle sale cinematografiche con il film Casomai, pilastro del cinema di sempre che lo sublimò alla candidatura del David di Donatello come Miglior Attore Protagonista. (Consiglio a tutti la visione di tale pellicola, poiché in essa sono racchiusi, anche se in maniera velata, i segreti invisibili dell’uomo e i significati astrusi dell’esistenza.) Dopo soli tre anni, ecco il secondo libro: È una vita che ti aspetto. La trama del secondo non è meno efficace di quella del primo: Francesco parla della propria vita, che giudica incomprensibile. Vengono trascritte, in prima persona, le sue opinioni, i suoi incontri e i suoi amori. A prima vista pare impossibile che un autore spazi, in così poco tempo e con tale profondità, in argomenti talmente diversi fra loro (sei lunghi anni passarono, ad esempio, dalla stesura di Gente di Dublino a quella dell’Ulisse), ma Fabio Volo è pensiero vivo e la sua intelligenza può risultare inarrivabile. La ripetizione di tale anomalia ne è la prova. Nel 2006, il terzo libro: Un posto nel mondo. Nel 2007, ecco Il giorno in più. Nel 2009, Il tempo che vorrei. Nel 2011 viene pubblicato il suo ultimo capolavoro, Le prime luci del mattino. Tutti questi libri (ma sono qualcosa in più di semplici libri) indagano nel profondo dell’uomo fino a toccarlo, e leggendoli si ha la sensazione che una qualche verità atavica venga svelata. 
  Alcuni critici, nell’ignoranza, dicono che le opere di Fabio Volo sono – risum teneatis – dei libricini per povere massaie senza cervello, e che egli non possa neanche essere classificato come scrittore. Costoro non comprendono (non vogliono comprendere) la realtà segreta dei suoi scritti, che rimarranno comunque immutabili nel tempo come quelli di Platone, Aristotele, Ariosto, Donne, Borges e di tutti gli altri classici (che Fabio Volo supera nella tecnica e nei concetti). Il fatto che venga letto sulla sabbia, sotto l’ombra delle palme, o che spesso i suoi libri siano accompagnati dalla Settimana Enigmistica, oppure che i suoi fans siano persone senza alcuna esperienza significativa di lettura, ebbene, ciò non dimostra nulla, poiché questo autore è principio e specchio di un qualcosa, che è l’uomo universale e il suo destino.