domenica 17 giugno 2012

Giada la mutandara.


Seguivo quelle
mutandine
già da un mese.

«Alzati la gonna»,
le dicevo.

Giada obbediva.

Quello che c’era sotto
mi faceva impazzire.

Ora non basta più,
ma allora ero piccolo,
sette-otto anni,
non saprei.

Incontrai Adamo,
era un duro.

«Robin, fai alzare
la gonna
alla tua donna».

«È mia»,
 dissi.

«Vuoi che ti pesto?»,
grugnì Adamo.

«Chiama l’esercito».

Mi prese per il collo;
persi sangue dal naso;
un pugno allo stomaco
e persi anche il fiato.

Avevo conosciuto
la sconfitta.

«Giada, Cristo,
alzati quella gonna»,
dissi.

Lo fece.

Io e Adamo
guardammo insieme
basiti.

Mai visto nulla
di così bello.

Fu l’ultima volta
che vidi
quello spettacolo.











giovedì 14 giugno 2012

Un uomo al guinzaglio.


  Chi, sotto gli urti speranzosi di una vulva effimera, non ha mai provato la vertigine di calarsi nelle braghe del maggiordomo? Chi non ha mai elargito bevute, cene, gioielli con l’unico pallino dell’accoppiamento? Tutti, chi più chi meno, hanno passato un periodo del genere, ma Manu Minchia stava esagerando. La DonnaCapo lo teneva al guinzaglio e lui scodinzolava che era una bellezza. Al cinismo terreno di lei seguiva il servilismo molle e sognatore di lui. «Manu, ho sete, prendimi un GastroRum al cedro», «Subito cara», «Saluta il barista da parte mia, è così carino», «Subito cara», oppure, «Accompagnami al centro commerciale, voglio fare shopping», «Subito cara», rispondeva Manu Minchia menando la sua grossa coda su e giù. La prima volta che vidi la DonnaCapo fu in un bar del centro. Mi sedeva a fianco e per tutta la serata non mi rivolse neanche una parola. Manu Minchia indossava una divisa da cameriere, con tanto di cravatta e calzoni neri. Fu una cosa disgustosa. Lei ordinava da bere; lui annotava la comanda su di un taccuino; tirava fuori il portamonete e tornava al nostro tavolo con le bibite poggiate su di un vassoio. Poi guaiva un po’; abbassava quel suo musetto aristocratico verso il pavimento e si sdraiava ai piedi della DonnaCapo. «Su, da bravo, stai buono», gli diceva lei accarezzandogli il cuoio capelluto. Io ero confuso. Quando la DonnaCapo andò al cesso parlammo a quattr’occhi, da uomo a cane. «Che stai facendo?», «Oh, nulla, perché?», chiese Manu tirando fuori dalla tasca una scodella metallica. «Ma sei impazzito? Non è così che dovresti comportarti», «Così come?». Manu Minchia versò un’oncia di GinPiscio nella ciotola; prese a leccare il liquido con dei colpi di lingua costanti e nerboruti. «Sei senza speranza», conclusi. La DonnaCapo tornò dal cesso con aria soddisfatta e io la fissai per un po’. Quello che vedevo – nonostante le vacuità del mio amico – era una ragazza tutt’altro che affascinante. Inoltre aveva delle strane grinze sulla pelle che la rendevano più vecchia di quello che era in realtà. Come sei tonto Manu, pensai, proprio di una con la sindrome di Matusalemme ti sei andato ad invaghire. Si fece tardi e il bar chiuse. Decidemmo di spostarci. Manu Minchia ci aveva preceduto ed aspettava fuori con la macchina accesa e lo sportello aperto. La DonnaCapo mi rivolse la parola per la prima volta. «Sarai tu a portarmi in macchina». Suonava come un ordine; non volevo ridurmi anch’io a quattro zampe. «No», risposi conciso. «Non hai posti in macchina?», «Ho la macchina vuota, ma non ti porto lo stesso». La odiavo per come stava trattando il mio amico e volli prendere le sue difese. La DonnaCapo si infilò nell’auto di Manu Minchia; poggiò il suo culo piatto sul sedile; il mio amico gli chiuse lo sportello con un gesto elegante. Un vero maggiordomo. Io, onde evitare sproloqui, non li seguii e tornai nella mia stanza singola. Passarono i giorni; di tanto in tanto mi giungevano all’orecchio notizie orribili sulla situazione Manu Minchia-DonnaCapo. Ne sentivo di tutti i colori. L’ultimo rapporto di un nostro amico in comune fu terrificante. «Robin, fai qualcosa tu», «Cosa dovrei fare? Comprargli una scodella nuova?», «Non ci scherzerei troppo», «Non scherzo», dissi serio. Lui continuò. «Ieri sera li ho incontrati. Ho salutato Manu, sai cosa mi ha risposto?», «Buonasera!», «No, si è voltato è ha fatto Bau», «Bau?», «Bau, non parla neanche più come un uomo, devi fare qualcosa». Mi grattai la fronte. «Senti, ora vai casa, vedrò che si può fare». Pensai al da farsi per una notte intera; il piano attuabile era molto spiacevole ma, se volevo salvare il mio amico, era l’unico modo. La sera seguente invitai la coppia-che-scoppia in un locale. Prima fase del piano: farli bere. Bevemmo di tutto; arrivammo in poco tempo allo slittamento della mascella. Iniziai a trattare male la DonnaCapo. Ero sicuro di me. Con una tipa del genere il servilismo giocherebbe solo a mio sfavore, pensavo a denti stretti. «Robin, dammi una sigaretta», mi disse. «Non ne ho», risposi io estraendo un pacchetto di Marlboro 100’s pieno dal taschino. Mi guardava con un certo stupore, devo ammettere. Più la osservavo e più non mi piaceva, ma ormai era deciso. Salvare Manu Minchia era la priorità. Col passare del tempo diventavo sempre più arrogante. Lei – com’era previsto – mi si avvicinava sempre di più. Com’è strano il destino! Dopo un po’ iniziò lei a scodinzolare come un cagnolino nei miei confronti. Feci una rapida ascesa verso la volgarità. Manu Minchia assisteva immobile. «Passami quel posacenere, mignotta», «Sì Robin». Ogni volta che improntava un discorso, la fermavo con un «Ma non dire puttanate, troia» convinto e deciso. A fine sera scattò la seconda fase del mio piano. La DonnaCapo inventò una scusa con Manu Minchia e mi seguì fino a casa. In macchina mi toccò con le sue mani da vecchia. Per poco non vomitai. Una volta in camera prese a spogliarsi. Dio, vedere mia nonna in costume mi avrebbe eccitato molto di più. Il suo corpo, partendo da due piedi minuti e biancastri, si slanciava verso l’alto chiudendosi in una testa a forma di fiasco. Aveva due mammelle che penzolavano come due enormi biberon. Fortuna che mi ero preparato; presi una bottiglia di Vodka al prosciutto acquistata per l’infausto evento e ne scolai metà in un sorso. Accessi una telecamera. «Cosa devi farci con quell’affare?», mi chiese. «Zitta, puttana». Poi mi spogliai; mi misi a letto; chiusi gli occhi. «Avanti», dissi. «Facciamola finita». Feci l’uomo oggetto per una notte intera. Un supplizio oltremodo gravoso. Lo faccio per te amico mio, pensavo, mentre lei mi leccava con la sua lingua violacea. Il mattino mi ci vollero tre docce per lavare via quell’infame disgusto. Spedii la videocassetta a Manu Minchia con la posta celere. Debbo dire che riuscii nell’impresa. Dopo un periodo di rabbia nei miei confronti, Manu ritornò ad essere uomo. Fu un piacere bere con lui senza quella maledetta vecchia nei paraggi. Dopo un paio di settimane squillò il telefono. «Pronto?», «Robin?», «Chi parla?», «Robin, sono io, quando possiamo rivederci?». Era la DonnaCapo. Quella voce rantolante mi fece risalire tutto il disgusto della nostra notte amorosa. «Non devi chiamarmi più», «Robin ascolta...», «Sei solo una cagna», «Bau». Lasciai la cornetta alzata e andai in cucina; lei continuò ad abbaiare per un po’. Che razza di gente, pensai.

lunedì 11 giugno 2012

Lo studioso.


Quando studiava
gli dicevano:
«Farai grandi cose».

Ora spala merda
nelle stalle
del Ticino.

Lo vidi
a Roma.
Porta Maggiore.

Aveva uno scotch;
me ne diede un po’.

«Hai mai studiato?»,
mi chiese.

«Sì».

«Ricordi quello
che hai letto?»

«No», dissi.
«Mai».

«Anch'io ho
studiato,
e guardami
ora.

Era meglio lavorare.
Avrei lavorato
se solo
avessi saputo
che fosse andata
a finire
così.

Qui ci lascio
la pelle»,
mi disse.

«Quando morirai»,
dissi,
«non lo saprai.

Passami quello
scotch».

Bevemmo.

Tirò fuori un libro
di Camus.

«Questo è un frocio»,
disse
«non vale una cicca».

Poi tirò fuori
Miller.

«Questo vale
qualcosa,
porca troia».

Leggemmo.

«Domani parto»,
disse.
«Ho trovato un lavoro.
Spalo merda
in Ticino».

«Complimenti».

«Era meglio
non studiare»,
mi disse.

sabato 9 giugno 2012

Voglio quella maledetta assoluzione.


  Venne seppellito dopo tre giorni. Fu una faccenda triste e solitaria, come sono di solito i funerali. I becchini posarono la bara con mio nonno dentro a pochi metri dall’altare. Ricordo che uno di loro mi disse che – data la crisi – era costretto ad un secondo impiego. «Appena finito con tuo nonno devo scappare». Poi aggiunse: «Oh, condoglianze comunque». «Grazie», risposi triste. Aveva molta fretta e, quando in chiesa un bottone della camicia gli saltò via lasciando trasparire la maglietta unta che aveva di sotto, fu per tutti noi un grande imbarazzo leggere a caratteri cubitali “FERRAMENTA DI GENNARO. DUPLICHIAMO CHIAVI DI TUTTI I TIPI”, cui, in grassetto, seguiva l’infelice slogan “FATEVI CHIAVARE DA NOI”. Una vera amenità. Mio padre lo ghiacciò con lo sguardo e lui (Dio ti ringrazio!) si ricompose all’istante. Poi fui io a farla grossa. Inizio col dire che volevo davvero bene al mio povero nonno. Passavamo ore e ore insieme. Giocavamo a carte; facevamo delle lunghe gite in macchina; fumavamo – di nascosto – un pacchetto di MS al giorno insieme. Non di rado mi portava al bar; lui ingurgitava spine e io buttavo tutte le monete che avevo in un vecchio flipper. Poi un giorno disse: «Prova Robin, è fresca». Bevvi la birra e mollai il flipper. Insomma, andavamo d’amore e d’accordo. L’unica cosa che ci faceva discutere era la chiesa. «Se non vai a messa, niente più birra e sigarette», mi diceva. «No, questo no», gli rispondevo. Litigavamo tenendoci il broncio per giorni. Ma quello era il suo funerale e feci uno strappo alla regola: decisi di prendere l’ostia, alias comunione, alias come-si-chiama-non-lo-so. Mi misi in fila. Davanti a me, il prete (un tizio sulla quarantina con i capelli tinti color abete ungherese) dispensava ostie nelle mani dei fedeli. Questi si voltavano e, portandosi le mani alla bocca, inghiottivano l’insipido discobolo a capo chino. «Il corpo di Cristo...», diceva il prete-abete, e avanti un altro. «Il corpo di Cristo... il corpo di Cristo...». Mi balzò in mente quella barzelletta dove a prendere l’ostia si presenta una fica da paura e il prete fa: «Cristo, che corpo!». Risi sotto i baffi. Poi l’occhio mi cadde sul povero nonno e tornai serio. Stava quasi per arrivare il mio turno; il prete-abete era sempre più vicino. Formulai un fine ragionamento: «Caro nonno, per farti piacere prenderò l’ostia. Anzi, sai che ti dico, me la porto a casa. La consumerò recitando un Pater nostro e dedicandoti un ultimo pensiero». Arrivò il mio momento; il prete-abete mi porse l’ostia; io la ficcai in tasca dandogli immediatamente le spalle. «Il corpo di Cri...», fece in tempo a dire. Tornai al mio posto.  Ebbene, quella che all’inizio era una funzione seria e pomposa diventò un qualcosa di vergognoso. Al prete-abete tremava la voce; tutti noi ci scambiavamo sguardi di stupore; l’atmosfera si fece innaturale. La funzione fu troncata di colpo. Io – ignaro di tutto – non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Ma che gli è preso a quel pisquano, pensai io. Ma che cazzo fa, pensò mio padre. Insomma: un vero pastrocchio. Ma il bello viene ora. Una volta fuori, quando la bara stava per essere infornata nella vettura, ecco che mia sorella mi si avvicina sgomenta. «Il prete vuole parlarti», «Il prete-abete?», «Il prete, Robin. Ha chiesto di vederti», «Ora vado», «Ti aspetta nella stanza dietro l’altare». Rientrai in chiesa; bussai alla porta della stanza. Il curato mi aspettava seduto; prese a guardarmi immobile come uno stoccafisso. «Mi dica», chiesi. «Ti ho visto. Cosa credi?», «A far che?», «Tira fuori l’ostia, maledetto satanista». Capii tutto in un attimo. Tirai fuori il dischetto bianco e lo porsi al prete-abete. «Conosco quelli come te», mi disse infervorato. «Rubi le ostie per le messe nere», «Messe che?», «Sei una Bestia di Satana?», «Bestia è tuo padre», «Vai via da qui». Uscii sbattendomi la porta alle spalle; ebbi un’altra spiacevole sorpresa. Quel maledetto prete se l’era cantata con mia sorella. «Sister, posso spiegarti». Ma lei piangeva e rideva in simultanea. «Sei un coglione», mi disse. Si asciugò una lacrima bifida che gli scendeva sulla guancia. Il funerale finì e noi tornammo a casa. Decisi di raccontare tutto a mio padre. Ero pronto a farmi prendere a cintate, ma lui riuscì solo ad alzare le braccia in maniera desolata. «Sei un coglione», sentenziò. «Ho capito», risposi. Sinceramente mi sfuggiva il perché di tutto quel casino. Accesi il computer e feci una piccola ricerca. Quello che scoprii mi fece alzare la pelle di quattro dita. Pare che rubare l’ostia sia in assoluto il peccato più grave che uno possa commettere; equivale a violentare personalmente il Cristo. Ora, non ho mai creduto in Dio, ma se qualcuno avesse violentato mio figlio userei qualsiasi mezzo per farlo fuori (e Dio non ha certo problemi in tal senso). Nei giorni che seguirono sprofondai nel terrore. Aspettavo un’orribile vendetta. Ogni volta che aprivo il frigo credevo di trovarlo vuoto per via della divisione dei pani; vedevo serpenti con una mela in bocca ovunque; camminavo lontano dalle chiese convinto che mi crollassero addosso. Una vita d’inferno. Decisi di affrontare la situazione. Chiesi consiglio a Don Anus, un vecchio prete negro del mio paese. Volevo alleggerirmi dell’orribile peccato. «Solo quel prete può farlo. Devi rivolgerti a lui», mi disse sbuffando aria dalle enormi narici africane. «Il prete-abete?», «Sì, solo lui può fare quello che mi chiedi, figlio mio», «Non sono tuo figlio». Mi ritrovai per strada con l’arrendevolezza tipica dei vinti. Quella notte sognai mio nonno. «Nonnino, hai visto quello che mi è successo? Come faccio ora? Andrò all’inferno?», «Sei un coglione», mi disse tracannando una spina. Il mattino dopo tornai nella chiesa del funerale. Ora risolvo tutto, pensai. Il prete-abete faceva colazione. Mangiava come un maiale; c’era di tutto su quella tavola: affettati, frutta, yogurt, pane, latte, verdure, carne, pesce... di tutto. «Padre, ma voi non siete quelli dei pasti frugali?». Il curato sobbalzò; una fetta di salmone australiano gli scese di traverso. «Cosa vuoi? Ti avevo detto di non tornare», «Voglio l’assoluzione», «Eh eh, mai», «La avverto padre, non uscirò di qui senza la sua benedizione». Accese una sigaretta; tirò una boccata; emise un ruttino. Poi disse: «No, no, e poi ancora no», «L’hai voluto tu». Lo presi per quella ridicola tunica e lo trascinai come un morto per metà della chiesa. Lo colpii con un paio di pugni sul naso; iniziò a sanguinare. «La benedizione padre», «Fottiti». Era un duro, lo ammetto. Lo colpii allo stomaco lasciandolo senza fiato; iniziai con gli schiaffi. «Ti decidi?», «No». Passai alle maniere forti. Gli infilai la testa nella bagnarola dell’acqua santa; lo lasciavo gorgogliare per un po’; poi lo tiravo fuori.  «L’assoluzione padre», «Mai». E giù di nuovo; ogni volta aumentavo il tempo d’immersione. Dopo mezz’ora di quel trattamento si decise. «Va bene, va bene... hai vinto», disse riprendendo fiato. Lo buttai a terra; incrociai le mani come il più devoto dei chierichetti. «Vada avanti padre», «Te benedicum. Sei assolto dal tuo peccato. Sei contento ora piccolo bastardo?». Feci il segno della croce. «Sì», dissi. Lo colpii di nuovo; lui rantolò come un treno ingolfato. Quando uscii fuori il mondo mi sorrideva. Senza quel maledetto fardello mi sentivo incredibilmente leggero. Non avevo paura di nulla. Quella notte dormii come un bambino. Sognai di nuovo mio nonno. «Nonno, hai visto? C’è l’ho fatta», «Ho visto, Robin, ho visto. Ora verrai con me in paradiso», «Be’, senza fretta però», risposi spaventato. «Non preoccuparti per questo. Sono fiero di te», «Grazie nonno, ti voglio bene». Era avvolto da una luce rarefatta, corpuscolare; due occhi umidi e sinceri. Mi poggiò la mano sulla spalla ed estrasse un pacchetto di MS. «Ne vuoi?», mi chiese. Fumammo seduti senza dirci nulla.

lunedì 4 giugno 2012

Il cane.


Entrai nel bar
più sporco
e lurido
della città.

«Un GinPiscio»,
urlai.

Bevvi il GinPiscio.
Era caldo
e sapeva
d'acqua.

Una cicciona
era seduta
ad un tavolo.

«Offrimi una
birra»,
disse.

Tracannò il
boccale
in un attimo.

«Ancora una».

Tracannò
anche la seconda.

Le piacevo;
mi diceva:
«Mi piaci,
mi piaci,
un'altra
ancora, dai»,

«Non ho più
soldi»,
dissi.

«Non mi piaci
più».

Sotto il suo
tavolo,
un cane
smagrito
leccava
un osso
di pollo.

«È tuo quel
cane?».

«Sì».

«Dovresti
dargli
da mangiare
più spesso».

«È malato»,
disse,
«e mangia
come un
maiale».

«E tu dovresti
mangiare
meno
del tuo
cane».

«Io bevo
solo».

Mi alzai.

«La vuoi
assaggiare?
Venti euro.
Se non hai
la macchina
c'è una stanza
qui sopra».

«È sporca
come
questo posto?»,
chiesi.

Annuì.

Era davvero
grassa.

«Il cane non
viene
però»,
dissi.

Quella camera
era davvero
lurida.

domenica 27 maggio 2012

Sei un pigro e basta.


Sono pigro, a volte pigrissimo. Faccio barba e capelli una volta l’anno. Una volta l’anno busso alla porta di Marietto – il mio barbiere di sempre – con l’aspetto di un naufrago. Capelli e barba formano un unico ammasso lanoso che mi rende irriconoscibile. Marietto mi apre e inizia la pantomima che va avanti da anni. «Prego, si accomodi», mi dice. Accenno un inchino. «Grazie». Non posso fare a meno di continuare così per un po’. Mi diverte troppo. «Cosa facciamo?», «Barba e capelli, per cortesia». Poi affondo il dito nella piaga. «Carino questo posto, è la prima volta che vengo. È qui da molto?», «Da molti anni, sì», «Complimenti, e davvero messo bene il suo negozio», «Grazie. Lei è molto gentile». Marietto continua a tagliare quel cespuglio-che-ho-al posto-dei-capelli e, a tre quarti del lavoro, mentre gli chiedo di frizionarmi il cuoio capelluto con un balsamo al midollo di tasso, ecco che lui sobbalza con le forbici in mano. «Oh, Robin, ma sei tu!». «Ah ah, te l’ho fatta di nuovo pollo», «Sono vent’anni che mi fai sempre lo stesso scherzo. Proprio non ti stanchi mai?», «No», rispondo secco. Finito il taglio, mi faccio applicare un po’ di quella roba-appiccicosa-che-non-va-mai-via in testa. È portentosa, tiene i capelli incollati per settimane. «Dimmi Marietto, dove prendi questa roba?», «In cantiere». Non aggiungo altro; saluto e vado via. «Ciao pollo». Continuo col dire di essere molto affezionato a Marietto. Il suo negozio è pieno di tesori che mi ricordano la fanciullezza. Ci sono le coppe delle gare di bocce a cui, da piccolo, assistevo con passione; un vecchio mulinello degli anni cinquanta per passare la schiuma da barba; una dolce fragranza di sambuca che mi solletica le narici ad ogni colpo di rasoio. In effetti, quando Marietto non ha clienti in vista, lascia un cartello con su scritto “Per i capelli venire al Bar”. E giù con caffè-sambuca-sambuca-caffè, fino allo stordimento. Ma non è tutto oro ciò che luccica e una volta finimmo per litigare. Mia sorella si sposava nel pomeriggio e io ancora – data la mia natura di uomo pigrissimo – non avevo effettuato il taglio dei capelli. Come se non bastasse mi ero svegliato tardi. Sapevo che se non fossi arrivato puntuale in chiesa mio padre, mia madre, mia sorella, mio cognato, il prete, ed anche il papa in persona mi avrebbero scomunicato per sempre dalla famiglia. Ciò non poteva succedere. Misi qualcosa addosso e corsi a 130km/h da Marietto. Arrivai sgommando di fronte il suo negozio. Sulla porta c’era quel maledetto cartello; mi recai di corsa al Bar. Avevo un’ansia indescrivibile. Marietto era poggiato al bancone con un bicchiere in mano. Intorno aveva una cerchia di amici festosi. Tutti gli davano baci sulle guance e gran pacche sulle spalle. Chiesi ad un vecchio cos’era tutto quel trambusto. «Come, non lo sai? Oggi è il compleanno di Marietto, il più grande barbiere del mondo. È da stamane che brindiamo». Sono morto, pensai. Ma dovevo tentare lo stesso. Mi avvicinai a lui mentre tirava giù un bicchiere tutto d’un fiato. Aveva le guance rosse come un pecoraio macedone. «Marietto, ascolta, vorrei...», «Chi sei?», mi urlò vomitandomi addosso il suo alito liquoroso. Mi ricordai di tutte le volte che l’avevo preso in giro. Vorrei non averlo mai fatto, pensai. «Marietto, dai, sono Robin», «Robin? Ah ah ah», «Sono Robin, ti dico». Marietto si voltò verso un suo amico con un sorriso deciso e potente. «Hai sentito? E io chi sono? Ah ah, sentito che dice questo?». Di nuovo si rivolse a me: «Aria amico». «Sono Robin, ti prego, devi credermi», «Tu neanche ci somigli a Robin, aria ti ho detto». La situazione stava degenerando, e io avevo bisogno di quel maledetto taglio di capelli. I commenti nel Bar erano davvero sconfortanti. «Però, se lo si guarda bene, in fondo, potrebbe essere lui», «Ma no che non è lui, non vedi il naso?», «Be’, guarda il mento però», «Robin è mezzo metro più alto», concluse uno di quelli. Ebbi un’idea: dissi loro di scommettere; la mia identità sarebbe venuta fuori dopo il taglio di capelli. Marietto, ormai intontito dalla sambuca, accettò con entusiasmo. Un vecchio si armò di carta e penna e fece le quote; un suo amico si occupò della raccolta del denaro. Quando tutti ebbero fatto la loro puntata Marietto ci fece strada al suo negozio. Mi accomodai e lui prese ad affilare il rasoio. Qualche vecchio aveva con sé la sedia del Bar; mi circondarono. Il problema fu che Marietto, guidato dall’impazienza della curiosità, tagliava senza troppo badare a cosa stesse facendo. Neanche si preoccupava troppo di come armeggiava quel suo rasoio arrugginito. Zac... «Oddio! Stai attento», «Ops, scusa». E continuava a sforbiciare frenetico. Zac... «Oh cazzo, l’orecchio... mi stavi portando via l’orecchio», «Ne hai due. Ora vedi di star fermo». Ubbidii. Ancora qualche sforbiciata ed ecco che uno dei vecchi esclamò: «Oh, ma è lui... è Robin». Una frangia di quei rincoglioniti gridò un Hurrà che rimbombò nell’aria. Alla fine del trattamento mi guardai nello specchio. Avevo la faccia come il tegame per le castagne. Dentro di me pensai che sarebbe stato meglio andare in chiesa con una pecora in testa, piuttosto che con quella faccia. E questa fu la volta che io e Marietto litigammo. Chiudo con la telefonata che feci a mia sorella: «Pronto?», «Pronto Robin, dove sei? Manchi solo tu», «No, senti, non posso venire», «Non puoi venire?», «Ho avuto un incidente», «Che incidente?», «Dal barbiere», «Oh, sei pigro è basta», «No, non è una scusa», «Ora ti passo papà e lo spieghi a lui», «Non farlo, ti prego», «Eccolo che arriva», «Pronto?», «Pronto papà, senti non posso venire», «Sei un pigro, neanche al matrimonio di tua sorella ti degni di venire», «Ma papà ti dico che...», «Bastardo figlio di un cane mongolo, ora ti passo la mamma, te la vedrai con lei» «No, papà, non farlo», «Pronto?», «Mamma ascolta...», «Non vieni? Brutto pigro che non sei altro. Ti scomunichiamo dalla famiglia. Sei un ingrato. Brutto figlio di una cagna albanese», «Ma mamma, lasciami spiegare», «Ecco il prete, anche lui ha qualcosa da dirti», «Cristo santo no», «Figliuolo...», «Mi dica Padre», «Sai dove vanno a finire i pigri? Lo sai? Sei un figlio di...». Riattaccai. Ne avevo abbastanza. 

giovedì 17 maggio 2012

Scuola-commando.

  Nell’ora di matematica cambiava musica, spartito e autore. Quell’uomo ci sottometteva. Era – cosa orribile – un ex Birro e per lui la classe era come una piccola caserma. Durante le interrogazioni ci torchiava con i suoi metodi alla Gestapo. «Nome», «Angelo», «Cognome», «Disculone», «Età», «Ma prof., abbiamo tutti la stessa età qui, è una scuola questa». Poi il prof. allungava la mano verso il cassetto dove teneva nascosta la pistola d’ordinanza. «Diciassette prof., per l’amor di Dio, diciassette», e l’interrogazione aveva inizio. 
  Un uomo tutto d’un pezzo quindi, ma i difetti non mancavano. Scapolo, forastico uomo di campagna, si presentava in classe con due scarponi sporchi di terra e i capelli pieni di fieno. Ci mandava in paranoia le narici con un vomitevole olezzo di stalla di cui andava fiero. Abitava in un paesino sperduto; parlava uno strano dialetto che rendeva impossibile, a noi poveri studenti, distinguere la “X” dalla “Y”. (Nessuno mai riuscì a risolvere un’equazione dettata da lui. Neanche il primo della classe, Eugenius). 
  Tuttavia, la vita in classe procedeva tranquilla e i trimestri passavano veloci. Al quinto anno, però, successe qualcosa. Il Prof. di matematica pizzicò un nostro compagno mentre fumava uno spinello in bagno. Apriti cielo! Il povero Enrico Rollino dovette subire una serie di ingiurie inenarrabili. Non fece in tempo a dar fuoco allo spinello, che il povero alunno vide il prof. scender giù dalla finestra. Aveva la faccia pitturata come quella dei berretti verdi. Venne ammanettato e condotto nell’aula docenti (che il prof. chiamava questura). Lo chiuse lì dentro per ore; gli puntò una luce in faccia; lo prese ripetutamente a schiaffi fino a quando il povero Enrico non tirò fuori i nomi di chi gli aveva venduto la “roba”. Era più forte di lui, non ce la faceva a non essere Birro. Il ruolo di prof. lo stringeva in una morsa togliendogli l’aria. 
  Per noi alunni quello era troppo. Cercammo di organizzare qualche rappresaglia. Decisi di essere il primo. Tutti gli altri, pensavo, mi seguiranno. Ma – come è stato detto – quell’uomo era una brutta bestia e bisognava andarci con i piedi di piombo. Pensai di iniziare con lo scontro verbale. Durante una delle sue lezioni-addestramento tirai un sospiro e mi decisi. Alzai la mano. «Che c’è Robin», mi disse con aria truce. «Prof., io VADO in bagno», a malapena celavo un certo timore. I miei compagni confidavano tutti in me: la mia sconfitta sarebbe stata anche la loro. La tensione addensava l’aria. «Ora tira fuori il ferro», si lasciò scappare il mio vicino di banco, sottovoce. 
  Il prof. si alzò dalla sedia e prese a venirmi incontro. Ora mi sbatte in isolamento, pensai. Ma sottovalutavo il prof.-Birro. Per cavarsi da quella situazione usò un metodo subdolo, sottile: quello dell’umiliazione. «Cosa devi fare in bagno?», tuonò. Presi coraggio: «Ho DECISO che VOGLIO fumare una sigaretta». Il prof. s’inarcò in un sorriso malandrino; poi mise in atto il suo piano e attaccò a parlare. 
  «Oh, ecco, vedi Robin, ora ti racconto una storia. Tempo fa, quand’ero poliziotto, mi trovavo di pattuglia nelle campagne. Faceva un freddo terribile e tenevamo chiusi i finestrini con il riscaldamento al massimo. Ora, non so se siano stati i fagioli con le cipolle ingurgitati a pranzo, oppure l’aria calda della volante; fatto sta che ebbi delle fitte lancinanti allo stomaco. Dissi al collega di fermare la macchina; presi la carta igienica dal bauletto; scesi e corsi per qualche metro su di un campo arato. Faceva davvero molto freddo. Insomma, mi abbassai i calzoni e la feci. E Indovina cosa vidi quando mi voltai. Allora, Robin, cosa vidi?». Abbassai lo sguardo. Davvero non capivo dove volesse arrivare. «Non lo so prof., cosa vide?» «Vidi te, Robin, lo stronzo che fuma, capisci? Eri tu!». 
  Rinfilai la sigaretta nel pacchetto. Il fallimento mi stringeva il collo come una sciarpa. La rivolta cadde facendo un tonfo sordo nell’abisso. I miei compagni erano tutti immobili a capo chino. Capimmo, una volta di più, cosa vuol dire essere un duro.