L’immagine dei bar di Alloccopolis, prima di qualsiasi altra immagine: l’immagine dei bar di Alloccopolis e dei loro frigoriferi, banconi, bariste avvenenti. In quei bar un’altra immagine, quella del Campanilista, l’uomo dall’ampio portamonete, inchiodato al patrimonio dei genitori, il dispensatore di vini che affogano le fauci amiche e di amari che ubriacano in maniera invisibile, come una magia. I bar caldi con la radio puntata sul totocalcio (la musica – quando c’è – è quella polverosa delle soffitte), con i prezzi dettati dall’ostinata omertà concorrenziale. Su questo sfondo si erge, verso un cielo nitido a tinta unica, l’obelisco di una ermetica esclusività. Come nello stagno (dove il ricambio d’acqua è trascurabile), così gli avventori, ancorati all’immobilità delle correnti, fissano immobili il bancone perfezionando le proprie imprese. Quello che all’inizio era «Un Ramazzotti, per cortesia, con ghiaccio», muta, sotto gli influssi di un eterno ritorno, in un gesto impercettibile della mano. Sicché si arriva a non avere più argomenti. L’avventore occasionale – cosa rara – è visto con occhio obliquo, ostile. Il Campanilista non manca di pugnalarlo alle spalle. «Cosa bevi, amico mio? Sei nel mio bar (campanile [N. d. A.]), offro io», «Grazie infinite», risponde l’avventore inconsapevole. Non appena costui varca la soglia del tempio-bar, ecco l’incalzare del Campanilista. «Hai visto che tipo? E com’era vestito poi. Bisogna lasciarlo stare uno così, ora vi dico cosa ha fatto in passato», e inizia la demolizione dell’intruso. La Storia (che, come in certe pellicole di Hollywood, procede per fatti discontinui, in apparenza sconnessi fra loro) ci offre adesso l’immagine di un bar piccolo, con pochi tavoli, pieno di elegantoni, ragazze allo Chanel e vini sconosciuti, ma di una certa fattura (nel senso di scontrino – mi si perdoni il gioco fanatico di parole). Il momento: una languida notte di festa ad Alloccopolis. Sulla terra, lo scheletro di un drink, un abbaiare di cani, una nebbia di passi e la luce allungata del bar. Dentro, appoggiati all’unico bancone, uomini inguainati in abiti luminosi bevono un alcol rissoso e sbattono i loro Euri sul legno. Il Campanilista, imperturbabile, ubriaco, affatto felice, canta l’inno del bar. Un avventore arrogante, con dei capelli rossi posticci, è tra i bevitori di quel tugurio chic. Il Campanilista gli porge il bicchiere; lui beve e pensa di ordinarne un altro, forse perché non ha più un soldo in tasca. Poi il dramma. «Fa schifo questo bar», dice l’avventore. D’improvviso cala un silenzio di tomba. Gli sguardi degli abitué lo trafiggono come delle lance. «Ho detto qualcosa di sbagliato?». Quale ostinata mancanza di responsabilità! Viene catapultato fuori come un macigno; batte la testa e muore. Quella notte il Campanilista stende una coperta accanto al cadavere e dorme fino all’aurora – con gusto e fiducia in se stesso. Il mattino dopo lo rasano, gli infilano un abito confezionato e lo espongono all’orrore e alle beffe nella vetrina lucida del bar. Il terzo giorno lo truccano. Il quarto lo seppelliscono.
sabato 14 luglio 2012
giovedì 12 luglio 2012
Zoo film.
Scrivo la mia opinione su un film uscito di recente: Uomini come cavalli (Deep Pussy Film Recchionis Production). Il regista (Gregor Erotomanisch) ha eluso senza apparente disagio gli acclamati e consueti errori della produzione inglese – i seni cascanti, la prolissità di certe posizioni, le oscenità di talune vulve non adeguatamente depilate, l’erosatanismo, i cunnilingus poco convinti – senza tuttavia incappare in quelli ancora meno splendenti della scuola italiana: l’omissione assoluta della mescolanza razziale, la mera e prevedibile antologia del rapporto (preliminare-copulazione-godimento feroce), e le rozze seduzioni che anticipano tutto ciò. Dei giapponesi non parlo: finora la loro unica preoccupazione è di non sembrare adeguati al caso, diciamo, corti di pene (un rischio del tutto palpabile, dopotutto). Da ciò la fastidiosa nebbia di pixel che censura i membri nelle produzioni nipponiche. Non conosco il vasto romanzo da cui è tratto questo film: gaia colpa, che mi ha permesso di godermelo, senza la diabolica tentazione di sostituire lo spettacolo reale al ricordo della lettura per vedere se coincidono. Infelice manovra che avrebbe complicato di molto il concentrato movimento della mano. Così, eludendo gli inganni di una – seppur irrilevante – trama, questo film è davvero magnifico. L’ottimo attore senegalese ne aumenta il valore. Il suo strumento, anche se puramente allucinatorio, non è meno dilagante di un fiume in piena. La sua patta, una diga pronta alla frattura dei propri argini. Il confronto genuino, che avviene in un pagliaio, fra il membro umano e quello animale (una donna ne ride con gusto ansioso seduta su di un cumulo di fieno), è uno dei suoi momenti più alti. Le immagini – quella del potente prepuzio roseo, quella delle monumentali palle che aspettano l’impatto, quella della mano impagliata della donna, che muove l’aria vorticosamente – sono eccellenti, sia per interpretazione che per realizzazione tecnica. Complimenti vivi a tutto lo staff. Attendo con ansia la prossima uscita di quest’ottima e tenace produzione.
domenica 8 luglio 2012
Probabilità sconosciute.
Le possibilità dell’arte combinatoria non sono infinite, ma possono essere spaventose e bizzarre. Nella discrezione delle mura, uomini copulano con altri uomini, donne con donne, animali con animali, uomini e donne con animali. È lecito pensare che la chimera (mostro bifido che inventarono i Greci) non sia un atto di pura fantasia. Difatti, lo Zoorasta già cavalcava le strade dell’antica Atene. Cosa avrebbe dovuto pensare il filosofo ellenico di fronte a tale – combinatorio – spettacolo? La nascita (quantomeno su carta) di mostri con testa di leone, di drago, di capra è un evento del tutto naturale. Anche in Cina non mancava tale ginnastica. Gli zoologi formularono l’esistenza del ti-yiang, uccello di sei zampe e quattro ali. Che porcheria, doveva pensare lo zoologo cinese, mentre il bruco saliva in groppa al volatile. Disgustato, buttava ciotola e bacchette, e il riso rimasto a terra sfamò un formicaio per sei mesi. Coloro che difendono la pratica zoorasta, argomenteranno (con tutta probabilità) che le critiche che gli si possono muovere si possono muovere, anche, a qualsiasi altro atto copulativo. Viene qui sminuito il difetto centrale: l’arbitrario innesto di un pene non-umano in un corpo umano. Anche la Sacra Scrittura (dove l’animale è cibo, o, tuttalpiù, un sacrificio su una vetta infuocata) condanna ciò. Dopotutto, se così non fosse, l’evento dell’Arca sarebbe stato impraticabile – o quantomeno più arduo. Dall’Arca, dopo anni (alcuni mitologici) di diluvio, sarebbero venuti fuori ogni sorta di mostri, la cui mostruosità maggiore sarebbe stata la casualità. Pinguini con testa di elefante (Elepinguifantini), tacchini con sembianze di cagna (Taccagna), per non parlare del Norangoé – il solo pensiero mi alza la pelle di quattro dita. Ai tempi nostri, questa improbabile arte ha preso strade sconosciute e misteriose. Basta leggere poche righe del languido poeta Brodskij, il quale, alla domanda sul cosa trovi di tanto speciale nei nebbiosi e solitari inverni veneziani, risponde: «È qualcosa come Greta Garbo, al bagno» (Fondamenta degli incurabili). Dobbiamo dunque aspettarci un qualcosa di diverso? La pratica zoorasta, nel corso dei secoli, sta forse subendo una radicale metamorfosi? Dio, di nuovo rabbrividisco all’idea di un uomo che infila il pene nella marmitta della propria auto.
venerdì 6 luglio 2012
Un autoscatto per la vita.
La mancanza di genuine effigi della sua – seppur mirabile –
persona non è un fatto casuale. Testa di Gomito non digeriva le foto e, nello
specifico, le pose in genere. Era un uomo solitario, rude, quasi analfabeta e
del tutto scevro di buone maniere. Se un curioso lo minacciava con il suo
obiettivo lui reagiva con vigore. «Toglimi quella macchinetta di dosso», diceva
teso. Più che timido, era previdente. Evitava persino di guardarsi allo
specchio, tanto lo intimoriva l’ansia della propria immagine. L’incontro con le
velleità dell’Erofotomane fu nefasto.
Era un pomeriggio caldo, insulso e sonnolento. Io e Testa di Gomito,
presi da un maniacale senso della solitudine, tentavamo affannosamente di
tenerci compagnia l’un l’altro. «Posso sedermi con voi?», chiese l’Erofotomane.
«Accomodati». Brandiva un’enorme macchinetta fotografica appesa al collo. Non
perse tempo. «Ora vi faccio una foto». Mentre caricava il rullino Testa di
Gomito inarcò leggermente il monociglio. Nonostante il nostro evidente
disappunto, l’Erofotomane non sentì ragioni; alzò quel suo arnese; tolse il
tappo di protezione dall’obbiettivo e ce lo puntò addosso come un’arma.
«Sorridete». Il potente flash ci bruciò la retina rendendoci ciechi per alcuni
secondi. «Che cazzo però», dissi contrariato. «È indispensabile, per una buona
foto occorre una buona luce», disse l’Erofotomane con tono saccente. «Ma chi se
ne frega», urlò Testa di Gomito. Rimanemmo seduti senza dirci nulla. Poi
l’Erofotomane si superò. «Con l’autoscatto possiamo farla tutti e tre insieme.
Che dite?», «No, basta», implorammo noi due all’unisono. Il viso
dell’Erofotomane si piegò in una smorfia di delusione. Trangugiò il suo caffè-ristretto-senza-zucchero;
ripose la protezione sull’obbiettivo; si alzò dalla sedia. Lo vedevamo
allontanarsi mentre ci offriva lo spettacolo delle sue spalle sottili e
fiacche. «Che idiota», disse Testa di Gomito. «Già». Ma l’animo del fotografo
incallito è impermeabile all’arrendevolezza. A distanza di una cinquantina di
metri, l’Erofotomane si girò con uno scatto; ci puntò di nuovo quel suo
indiscreto obbiettivo e scattò una manciata di foto una dietro l’altra. «Sporco
maiale», urlò Testa di Gomito correndogli appresso. «Dammi quel maledetto
rullino». L’Erofotomane – nonostante il peso non trascurabile dell’ingombrante
macchinetta – sparì in un baleno mostrandoci il suo dito medio. Quando tornò al
tavolo Testa di Gomito aveva un fiatone asmatico e sibilante. «Devo avere quel
rullino», disse ansimando. «Lascia stare, è solo una foto», «Devo averlo, ti dico».
Non insistetti. Presi l’automobile; arrivammo sotto casa dell’Erofotomane.
Abitava in un palazzo grigio e periferico. Suonai al citofono; salimmo una
ripida rampa di scale. Ad aprirci la porta trovammo un uomo sulla cinquantina
con due enormi occhiali da saldatore legati sulle orecchie. «Chi cercate?»,
«Vorremmo parlare con l’Erofotomane», disse Testa di Gomito. «Oh, dovrebbe
tornare fra un attimo, io sono il papà, entrate pure». Ci accomodammo su di un
divano in pelle di topo; il tizio andò in cucina e tornò con un paio di birre
alla banana. Il mio amico spiegò il perché della nostra visita. L’uomo abbassò
la nuca con un sospiro. «Non ne posso più», disse. «Questa mania delle foto si
sta facendo pesante. Non siete i primi a lamentarvi». Tirò giù un sorso di
birra. «Vogliamo solo le nostre foto», dissi io. «È come impazzito. Dentro casa
non fa che scattare e scattare. Mi tocca di fargli da modello più di cento
volte al giorno», «Incredibile», esclamò Testa di Gomito. «Incredibile? A cosa
credi che servano questi occhiali? Se non li portassi sarei cieco da un pezzo
con tutti quei flash». La porta si aprì e l’Erofotomane fece la sua apparizione
nella stanza. Testa di Gomito dimostrò di non avere peli sulla lingua. «Dove
sono le mie foto?», «Al sicuro», rispose. «Lontano da qui». Il bastardo aveva
nascosto il rullino chissà dove. La situazione precipitò. «Devi ridarmele»,
«Mai». Testa di Gomito lo colpì con un gancio sul mento; l’Erofotomane rantolò
a terra come un sacco di patate. Suo padre non alzò un dito per aiutarlo.
«Hanno ragione», bisbigliò. «Doveva succedere prima o poi». Nonostante avessimo
iniziato con i calci, la reticenza dell’Erofotomane si faceva via via più
convinta. Decidemmo di portarlo con noi. «Fategli quello che volete», disse il
padre. Lo chiudemmo in uno scantinato buio ed umido. Lo immobilizzammo ad una
sedia con del nastro adesivo. Testa di Gomito cominciò a torchiarlo con una
pinza. «Parla! Dove hai messo quel rullino», «Fottiti», rispose il prigioniero
sputando in faccia al mio amico. «Robin, vai a comprare degli stuzzicadenti»,
«Torno subito», dissi. Gli infilammo stuzzicadenti nelle palle per due giorni e
due notti. Niente di niente. L’Erofotomane se ne stava immobile con il suo
ghigno beffardo. Decidemmo di farla finita. Lo portammo sulla riva renosa di un
fiume e lo buttammo di sotto con la macchinetta appesa al collo. Andò giù come
un sasso. «Ora ha finito di fare foto in giro», disse Testa di Gomito. «Già».
Ma l’Erofotomane era più furbo di quello che pensavamo. Ad una settimana dalla
sua sparizione notammo le nostre foto puntellate sui muri di metà dei bar del
paese. «Ha un socio», concluse il mio amico. «Lasciamo perdere, non voglio
iniziare una guerra», dissi io. «Farò a mio modo». Nei giorni seguenti il
sangue inondò le strade. Le sparizioni in città avvenivano all’ordine del
giorno. Sparirono una ventina di persone, ma quel maledetto rullino non venne
mai fuori. Nessuno spifferò. Io raccolsi tutte le foto nei bar e gli diedi
fuoco. Dopo un mesetto non parlammo più dell’accaduto. Io e Testa di Gomito
tornammo al nostro tran tran quotidiano senza troppi fanatismi. Ma il messaggio
era arrivato. Nessuno si azzardò mai più a puntarci addosso un obiettivo.
Nessuno.
lunedì 2 luglio 2012
Oltre i propri limiti.
Pronunziando la parola “finocchio” il rischio è quello di
suscitare un ricordo vagamente increscioso: quello di una pomposa
sceneggiata, con l’occhio che cade su
uomini glabri in petto foderati in un mare di lenzuola sgualcite. Tuttavia, il
finocchio esiste nelle nostre strade: uomini esperti nell’occultazione
maniacale, con in tasca inviti di feste oscene. Uno di questi fu Giacculo, il
quale dichiarò una volta che l’essere finocchi non è alla portata di tutti, e
che bisogna essere delle vere donne, come lui. L’alba della sua metamorfosi –
quando ancora godeva dei benefici indefiniti della mescolanza – fu rude. Il suo
amante si batté con le sole mani, secondo un’antica usanza. Giacculo (menefreghista
di natura), ostentava il suo cannone sulla destra, un dildo in lattice
nell’altra. Il cannone fallì, ma il dildo, una volta strappatogli di mano dal
voluminoso amante, gli fece urlare: «Ohi, ma che dolore». Poi, sotto il peso
della consuetudine, andò sempre meglio. La carriera – breve ma luminosa – di
Giacculo si interruppe una notte umida e tenace, quando perse il senno per il
suo stesso corpo. Morì con il collo spezzato, mentre cercava di avvicinare le
labbra al prepuzio. E questo è quanto.
giovedì 28 giugno 2012
Una vita da astemio.
Sembra così amaro
essere astemi.
Dover pregare
un barista
di porgerti
un bicchiere
d’acqua,
a discapito di una
– comunque bassa –
dignità.
Essere catapultati
all’angolo di tutto
e contemplare
per giorni,
settimane,
mesi,
gli altri che
ridono,
scherzano,
vendono
le loro
frottole.
Non poter
mai salire
le scale
traballando.
Portare a casa
solo cibi.
Vedere gli altri
bevitori pieni
di amici e
dover dire,
in tono deluso:
«Io non ne ho».
Sarà così la vita
dell’astemio.
Ma tutti,
prima o dopo,
capiscono
di vivere,
e di avere
una testa
e quindi
anche
una fronte,
e una mano
per batterci
sopra.
venerdì 22 giugno 2012
La notte dei mutanti.
Incastonati sullo sfondo di una coreografia oscena o di uno
strobo epilettico, due froci inguainati in solenni e succinti abiti ballavano
su scarpe da donna un ballo spigoloso, che è quello dei sessi simili, finché
una margherita non cadde a terra e decisi di guardare altrove. Non ricordo come
finii lì, ma ne ricordo il perché. «È pieno di figa», mi aveva detto Mandingo.
«E tutti quei froci assicurano una concorrenza esigua». Mi convinse. Una doccia
schiumosa; un abito alla naftalina; un’impomatata ai capelli con una lozione fixing
al midollo di tasso; una stecca di Marlboro al mentolo; ed eccomi in quel posto
bifido e vischioso, ma straripante di ragazze annoiate e speranzose. Ero fiducioso.
Se la profezia di Mandingo si fosse avverata, nulla avrebbe potuto impedire
l’accoppiamento. Ma la scena di quei due uomini che ballavano, slanciati verso
la notte, con tacchi da venti centimetri, mi fiaccò del tutto. Circondato da
tali – e quantomeno ambigui – figuri, provai immediatamente un senso di
pericolo. Debbo ammettere che quella maledetta festa Gay mi intimoriva. Mi
sentivo a disagio; qualcosa mi trattenne. Robin, pensai, se sei qui è per un
motivo. Decisi di rimanere applicando tutte le dovute precauzioni. Mi avvicinai
al bar camminando raso raso al muro; accesi una sigaretta; l’accendino cadde;
lo lasciai lì dov’era. Inchinarsi mi avrebbe esposto pericolosamente alle
compiacenze degli uomini-donna. Ordinai un Orange’My’Ass’Is’Your’Ass’On the
Rock; poggiai un gomito sul bancone; scrutai la folla. Mandingo – una volta di
più – aveva colto nel segno: c’era figa a trecentosessanta gradi. Una in
particolare mi colpì. Origini brasiliane; alta; mani sottili ed eleganti; con
dei capelli lisci e lunghi che le coprivano il collo; un ciuffo elettrico
sulla fronte. Indossava una calzamaglia nera, aderente come una seconda pelle;
due labbra spesse ma sinuose. Buttai giù la disgustosa bibita; guardai il suo
culo dimenarsi per un po’. Ed ecco: l’erezione. Calma Big Sam, pensai dandomi
un buffetto sul pacco, non è ancora il tuo momento. Mi avvicinai di soppiatto
all’avvenente ragazza. «Hai da accendere?», chiesi. «Sì». Estrasse un
accendino; diedi fuoco alla sigaretta; un tanfo di mentolo appesantì l’aria.
«Come ti chiami?», «Carlo». È brasiliana, mi rassicurai, il fatto che confonda
le «a» con le «o» è una cosa del tutto naturale. Ballammo per un po’ insieme;
le offrii da bere. Decisi di arrivare al dunque; le palpai il culo. «Fermo»,
disse Carlo. «Cosa credi di fare?». Ritirai le mani con agilità olimpionica.
«Credevo di piacerti», mi giustificai. «Sono fidanzata», «Oh, ed è qui il tuo
uomo?», «Eccolo che arriva». Mi voltai. Quel che vidi fu una ragazza sulla venti,
con dei grossi brufoli pieni di pus e lo sguardo porcino. Era in evidente
sovrappeso. Davvero disgustosa. «Lei è il tuo uomo?», chiesi dubbioso. «Sì». Mi
avvicinai al timpano della super figa coprendomi le labbra con la mano. «Ma è
una donna», dissi sottovoce. «Lo so», rispose Carlo nervosa. «E allora?»,
«Anche tu sei una donna», conclusi. «Dipende». Si abbassò la calzamaglia e tirò
fuori un pene deforme e bitorzoluto. «GESÙ CRISTO!», urlai con le mani sui
capelli. Scappai a gambe levate. Big Sam ripose lo champagne in ghiacciaia. Maledetti
mutanti, pensai. Raggiunsi l’automobile; mi ci vollero tre galloni di GastroRum
per calmarmi. Quell’idiota di Mandingo non mi aveva preparato ad una tale –
infausta – situazione. Bevvi ancora un po’; ero arrabbiato con me stesso. Per punirmi
misi una raccolta di canti popolari svizzeri a tutto volume; piansi
sommessamente. Guardai triste i preservativi alla fragola in pelle di Gnu che
giacevano inutilizzati sul tappetino. «Sei una testa di cazzo», disse Big Sam.
Era troppo. Accesi il motore; ripartii. Vuoi per il GastroRum, vuoi per
l’agitazione, mi persi. Girai a vuoto per un po’ e non c’era verso di capire
dove fossi. Vidi un tizio poggiato ad un palo e chiesi informazioni. «Dove devi
arrivare?», domandò con una voce ferma e impostata. Glielo dissi. «Vado anch’io
da quella parte, se mi dai uno strappo ti indico la via». Nonostante la sua
voluminosa massa muscolare, mi incuteva fiducia. «Salta su», dissi. Passate le
presentazioni iniziarono i guai. «Dove sei stato?», chiese il passeggero. «Alla
festa Gay», «Oh, anch’io». I suoi occhi si animarono di una luce brillante,
innaturale. «E ti è piaciuta?», aggiunse. «Non molto». Spensi lo stereo; quei maledetti
campagnoli svizzeri mi stavano trapanando le meningi. Poi il tizio mi diede il
colpo. «Dimmi, ti piaccio?», «In che senso?», «Oh, ma che spiritoso», «Non è
come pensi», «Ah, no?», «No. Ho la ragazza». Non era vero, ma la situazione
iniziava ad appesantirsi. Big Sam rideva come un pazzo. Il tizio prese
coraggio; allungò la mano e la poggiò sul mio pacco. Frenai di colpo. «Esci
dalla mia macchina», «Sei un matusa», «Esci, ti ho detto». Mise il broncio come
un ragazzino. «No», concluse secco. Persi la pazienza. Uscii dall’auto; feci il
giro; aprii lo sportello e iniziai a strattonarlo. «Vieni fuori», urlavo io.
«No, fermati bruto, lasciami», rispondeva lui con una repellente aria da
primadonna. Non rimaneva molto da fare. Quando il mio pugno lo colpì in pieno
volto frignò come una femminuccia. Perdeva sangue. «Sei contento adesso? Guarda
che hai fatto», mi disse sputando un canino. «Mi hai costretto», «Razzista, sei
solo un razzista». Gli tirai il braccio e lo lanciai su di un campo pieno di
ortiche. Uno strano sentimento mi pervase. Mi sentivo in colpa. Dopotutto
quello che avevo picchiato era una specie di donna. Sono un verme, pensai, ho
picchiato una femmina. «Ma che cazzo dici», intervenne Big Sam. «Riprenditi».
Aveva ragione. Riaccesi il motore; partii sgommando. Ma i lamenti del tizio
continuavano a tamburellarmi la coscienza. Li sentivo nitidi, come se fosse
stato ancora lì a frignarmi davanti. Accesi la radio e pompai il volume. I
canti svizzeri avrebbero mascherato quei piagnucolii lavandomeli dalle
orecchie. Big Sam riposava quieto.
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