domenica 2 dicembre 2012

Il FacSimile.

  Anch’io andai al concerto di Capa’e’minchia. Anch’io, con in mano il potente biglietto prepagato, presi posto nella scoraggiante fila all’entrata. Un enorme serpente di persone partiva dai miei piedi per poi sparire, ininterrotto, dietro un pilone dello stadio. Un vero esodo. Proseguivo con la velocità del morto; quando raggiunsi le transenne era già buio. 
  Avanti a me, ad un paio di metri, scorsi un tizio che era uguale a Capa’e’minchia. Aveva gli stessi capelli, erti e gonfi sino allo spasimo. Gli chiesi se lui e il famoso cantante fossero, come mi pareva, la stessa persona. «No», rispose quello, «ma anch’io canto in una band, e suono benissimo la chitarra», «Impressionante», risposi con tono spento. 
  Il concerto ebbe inizio. I musicisti fecero la loro apparizione sul palco, sommersi da imponenti luci di circostanza. Il FacSimile estrasse l’IPhone dalla giacca e pigiò con il polpastrello dell’indice un quadratino luminoso. L’inconcepibile apparecchio emise un bip discreto, quasi intimo. Poi quello alzò le braccia verso il cielo, disegnando un ampio e immobile cerchio muscoloso. In alto, i palmi stringevano l’IPhone come in una morsa. Rimase non so per quanto tempo in quella posizione. Uno sforzo sovrumano, intollerabile anche solo alla vista. Di tanto in tanto si voltava verso di me, con un certo sorriso smargiasso, e diceva: «Guarda come registra bene». 
  Lo show si protraeva blandamente. Capa’e’minchia (quello vero, suppongo) si esibì in numerosi cambi d’abito, credo con l’intenzione di distrarre i fan dall’insipida voce. Si travestì da califfo, da papa, da re. Indossò la divisa dei poliziotti e quella del Ku klux klan. Correva su e giù per il palco come un demonio, incastonato in una coreografia oscena di negri snodabili e forzuti. Il FacSimile registrava, come imbalsamato, ogni secondo. «Dovresti seguirlo mentre corre, così rischi di perderlo», gli dissi. Lui, quasi con affetto, dichiarò l’infondatezza delle mie preoccupazioni. «Sono in modalità grandangolo», rispose fiero. 
  Il concerto si chiuse con Capa’e’minchia che imitava un certo santo, di cui non seppi mai il nome. Le luci s’abbassarono d’intensità. Qualcuno mise un vecchio disco, anch’esso di circostanza. Il monumentale evento era quindi finito, e già sapeva di anacronismo triste. Il FacSimile spense l’IPhone, lo nascose in una tasca e sparì nella folla. 









domenica 25 novembre 2012

La bevuta a secco.

  SuperTramp e Il Bizzo varcarono la soglia del bar. L’ora era quella dell’aperitivo. A parte la ragazza sbadigliante dietro il registratore di cassa, il locale era vuoto. Si sedettero ad un tavolo e ordinarono della birra scura. La tizia versò il liquido nei boccali e li raggiunse. Sembrava tranquilla, ma si vedeva ch’era presa da un’ansia sottile. Mentre poggiava il vassoio sul legno del tavolo la mano le tremava, e quando disse «Ecco la birra, ragazzi», lo fece con uno scricchiolio malfermo, più che con una vera e propria voce. Sicché i due abbassarono lo sguardo. La solitudine che avvolgeva i boccali svelava, anche troppo chiaramente, il mistero. «Dove sono gli stuzzichini?» chiese Il Bizzo con tono pacato. In cuor suo la compativa, poiché il bar non era di quella, ma di un tale, di nome Victor, ch’era evidentemente pigro e mai si degnava di fare la spesa per le vettovaglie da aperitivo. Quella si fece rossa in viso senza dire nulla. «Non preoccuparti, ragazza», intervenne SuperTramp. «Sappiamo come vanno le cose». 
  Congedarono quindi la barista con ampi gesti della mano. Quella tornò a trastullarsi dietro il registratore di cassa. Durante il brindisi provarono un senso d’imbarazzo, e anche di sconforto. SuperTramp, preso dall’agitazione, vagava nel bar con il disordine delle formiche, mentre formulava il potente ossimoro: «Non posso bere così, a secco». 
  E allora fece uno scatto verso la colonnina delle patatine e prese l’unica cosa che trovò: un pacchetto di TUC. Era felice, ma quando lesse la data di scadenza rimase basito. «Sono guasti da tre anni», disse nervoso. La barista scosse il capo e rispose che non era colpa sua, che Victor la costringeva a tenere lì quel pacco e non voleva saperne di toglierlo. «Dovete credermi», disse quella nell’imbarazzo. «Debbo anche sorbirmi la pena di lucidarlo ogni sera». SuperTramp e Il Bizzo giudicarono la situazione insostenibile. Bisognava parlare con Victor per chiarimenti urgentissimi. «Non preoccuparti, cara», disse SuperTramp. «Ora la risolviamo noi questa faccenda». 
  La notte stessa tornarono nel bar. Victor oziava con i gomiti poggiati sul bancone. SuperTramp andò celermente al sodo. «I TUC sono scaduti da tre anni», disse nello sdegno. Victor, senza un accenno di resistenza o astio, prese gli inopportuni salatini e li nascose nei segreti della cucina. «Dovete scusarmi, non m’ero accorto, devo proprio essermi distratto», disse supplichevole. I due sapevano che non era così, ma tanta arrendevolezza da parte di quello aveva fiaccato i loro animi irosi, sicché ritennero superfluo allungare la discussione. 
  Ordinarono così due birre scure con la sete del cammello. Ne presero delle altre e ingurgitarono anche quelle. Successe poi che Victor uscì dalla cucina con un vassoio pieno di leccornie. «Questo è per farmi perdonare», disse mentre inarcava il monociglio. I crostini erano disposti in maniera concentrica e ognuno di quelli era avvolto da una fetta di salume. Mangiavano con la fame del bulimico e neanche una mollica cadeva in terra. Alla fine rimase un solo crostino, Il Bizzo lo divise a metà con le mani e ne guardò l’interno. La modestia del mio linguaggio rende difficile descrivere l’orrore di quello quando s’accorse che, sotto l’avvenente salamino, era celato l’ignobile TUC. SuperTramp non s’avvide di nulla e arrivò a complimentarsi con Victor per l’ottimo servizio. L’inconcepibile barista venne sommerso dagli elogi. Il Bizzo non ebbe il coraggio di dire nulla. Victor, con tutta probabilità, sapeva che Il Bizzo sapeva, ma ciò non fece altro che accentuare il suo cinismo. «Non abituatevi, però», concluse secco. Capirono che replicare sarebbe stato inutile, poiché il vassoio era vuoto e le pance piene. Pagarono le spine e s’allontanarono. 

  Poscritto del novembre 2012: Al giorno d’oggi, nel tempo in cui scrivo, capita che Il Bizzo incontri SuperTramp mentre passeggia per le vie. E allora sempre gli parla dell’avvenimento insolito e sempre – lui stesso lo ammette – subisce la vergogna del bugiardo. A volte la tentazione di dire tutta la verità lo tocca, ma non vuole rovinare i ricordi al suo amico, e allora lo ascolta mentre quello parla fino a notte profonda del benedetto vassoio, e pure lui dice che è vero, sì, è vero che quel giorno (quello in cui Victor portò un mare di stuzzichini) fu un giorno glorioso e irripetibile.

domenica 18 novembre 2012

Il Campanilista ha appeso le foto.

  Quando feci la mia apparizione nel tugurio il Campanilista poggiava i gomiti su di un tavolo. Era vestito in gran pompa, di un ricco abito di velluto a coste larghe, e portava sulla testa un cappello da pittore, di quelli con la visiera quadrata che impedisce lo sguardo. Al collo aveva una sciarpa del colore della merda, increspata e avvolta in una vertigine di nodi. Fu lui ad accogliermi. «Robin, che piacere averti qui nel mio bar», mi disse. «Vieni al bancone, ti offro da bere». Senza entusiasmo, mi vidi costretto ad accettare la consumazione. Ci dirigemmo verso il delegato delle bibite e bastò un gesto del Campanilista affinché quello ci servisse da bere. Tirai una sorsata dal bicchiere alto e presi a guardarmi intorno. Uno strano fremito animava quel tugurio. Un tizio s’appese con gli arti alle spalle decadenti del Campanilista e disse: «Davvero un buon lavoro, la tua arte è insuperabile, complimenti di nuovo». M’accorsi, quindi, che sul muro, incorniciati con il legno, v’erano esposte due foto enormi. Erano immagini in bianco e nero. In una di queste figuravano i labirinti di una scala a chiocciola vista dal basso; in un’altra ecco che spuntava un balcone. In un abbeveratoio come quello, le foto mi parvero di cattivo gusto, e lo sfondo lilla del muro che le sosteneva mi sembrò un abuso dell’arte combinatoria. Arrivò quindi un altro tizio; anche questo sommerse di elogi il Campanilista e le sue opere; poi un altro e un altro ancora, tutti supini alla logica Campanilista. Giudicai costoro come una sorta di cerchia chiusa, composta da tante comari che si danno ragione l’un l’altro su tutto. Non so perché, ma pensai alla masturbazione. 
  Io non dicevo nulla, poiché le illusioni del Campanilismo non hanno fine e possono distorcere o inventare dal nulla. Fichte diceva che essere coraggiosi e essere tedeschi è, evidentemente, la stessa cosa. Così, credo, le comari elogiavano adesso le opere insignificanti del Campanilista. Ma quello era il suo bar, il suo Campanile, e a me stava bene così. (Dopotutto avevo la mia consumazione gratis). 
  Presi allora anch’io a tessere le lodi delle orribili foto, e più parlavo più quelli mi offrivano da bere. «Sono splendide queste immagini», dicevo ad alta voce. «Così cariche di significato, così glamour». E tutti che chinavano il capo consenzienti e offrivano le consumazioni. Sicché, preso come in un sogno, bevvi di tutto, bevevo e poi elogiavo. E lo feci con una foga tale che loro – come mi parve di capire – mi considerarono pari al rango di comari. 
  Quando mi giudicai ubriaco e neanche un bicchierino entrava più nel mio stomaco, allora salutai e dissi: «Questo bar fa schifo, ed anche quelle foto fanno schifo». Calò un silenzio da cimitero. Tutti mi guardarono ebeti. La SciarpaMerda del Campanilista teneva segrete le vene gonfie del collo. Le comari mi accerchiarono minacciose e il barista ritrasse la consumazione che stava per pormi con uno scatto olimpionico. «Andate tutti a cagare», dissi. E sparii sciogliendomi nella notte.

domenica 11 novembre 2012

Un caffè molto ristretto.

  Il barista, ch’era di padre rumeno e madre polacca, mi chiese l’ordinazione. Aveva l’ampia barba rettangolare e gli occhi lucidi d’alcol. Presi la Gazzetta Sportiva da sopra il frigo, l’infilai sottobraccio e raggiunsi il bancone. «Un caffè molto ristretto», dissi. «Caffè molto ristretto in arrivo, amico.» Caricò la macchina, mise la tazzina sotto il beccuccio e raggiunse un manipolo di tizi (anch’essi rumeni) appollaiati nell’angolo lontano del bar. Mentre mi trastullavo con l’inutile Gazzetta del venerdì, il caffè raggiunse il bordo della tazzina; ma io non dissi nulla, poiché il barista s’era incendiato in alcuni discorsi incomprensibili con un altro tizio. Capivo solo le bestemmie. 
  Tempo di leggere un trafiletto e la macchina sibilò sbuffando un vapore leggero. Il barista, dopo un’effimera corsa di alcuni metri, abbassò la leva metallica e la spense. Poi osservò mesto la tazzina ricolma. Ora ne fa un altro, pensai, butta quello e ne fa un altro daccapo. (Capisco adesso, mentre scrivo, che il mio era un abbondare nella fiducia, senza dubbio.) Sicché quello versò il liquido in eccesso sulla griglia della macchina e, come nulla fosse, servì l’orribile consumazione. «Avevo chiesto un caffè ristretto», dissi. «Caffè ristretto, amico», rispose. «È quello che hai chiesto ed è quello che hai davanti.» Iniziò allora un indecifrabile battibecco e giunse un secondo rumeno, ch’era grande il doppio del primo. Le spalle calanti e il naso spigoloso da pugile lo vestivano di un’aria da rissa. Sulle braccia aveva tatuaggi con effigi mostruose. Un vero animale, pensai, una bestia. L’energumeno poggiò gli arti gonfi sul bancone e disse: «Ci sono problemi? Forse il caffè non è buono?». Quindi presi la tazzina e ingurgitai il liquido increscioso in un baleno. Era freddo, con uno sgradevole retrogusto di guasto e la densità acquosa. «Buonissimo», dissi docile. Per celare il disgusto esibii un sorriso appariscente, ma senza emozione. Posso dire che la mia pantomima ebbe un certo successo: la belva s’allontanò con un grugnito e raggiunse gli altri suoi connazionali; il barista prese a frizionare con la pezza lorda un bicchiere oblungo; io, senza troppi fanatismi, tornai alla Gazzetta Sportiva. La forza bruta, una volta di più, aveva preso il sopravvento.

domenica 4 novembre 2012

L’inferno analcolico.

  Non ce la passavamo bene io e Testa di Gomito, un centone a notte taccheggiando la gente nel metrò e ci lavoravamo anche le borse dei pensionati. Due anni con gli scippi e neanche un soldo era nelle nostre tasche, poiché la notte giocavamo con i dadi e compravamo le bottiglie di GinPiscio da Harry’s, e in quei due anni abbiamo bevuto tanto che un granaio ne sarebbe pieno, sicché la mattina nulla rimaneva della notte e l’uno domandava all’altro cosa fosse quel livido o perché il cavallo dei pantaloni fosse strappato. Come quel giorno, quando Testa di Gomito mi disse: «Hai un occhio nero, devi esserti battuto anche ieri notte. Devi averne prese tante». Io non ci credevo e allora andai allo specchio, ma vidi quel cerchio livido spandere un grigiore triste fin sotto le guance. Era un maledetto occhio gonfio, senza dubbio lo era. Quindi ricalcammo le strade della notte e tutti dicevano che era Testa di Gomito che m’aveva colpito, e venne fuori che io (io che sono la metà di lui) ero svenuto e che Testa di Gomito m’aveva caricato sulle spalle come un sacco fin dentro il letto. «È inverosimile», diceva Testa di Gomito perplesso. «Se ti avessi colpito lo sapresti. Questa storia è davvero inverosimile.» Chiedemmo ad altri tizi, ma tutti confermarono che la notte c’eravamo azzuffati nella polvere come due cani e che io ero svenuto. «Oh, quand’è così ti chiedo scusa», disse Testa di Gomito. «Non fa niente. Era solo una curiosità. Andiamo da Harry’s», dissi io. 
  Comprammo così due galloni di GinPiscio e iniziammo a bere proprio davanti ad Harry’s fino a notte profonda. Ridevamo e lanciavamo i dadi a terra sulla luce allungata che veniva dalla vetrina. Un cane arruffato, con due occhi grigi, ci scrutava arcigno e il vento gonfiava le nostre camice. Presi a vincere in maniera monotona. Tiravo sempre i numeri più alti. Testa di Gomito iniziò ad innervosirsi. «Dadi stronzi, non è possibile che mi giri sempre male, sei un lurido baro», mi diceva tirando lunghe sorsate dalla bottiglia. Aveva la faccia rossa e gli occhi indipendenti come quelli dei camaleonti. Era su di giri e anch’io ci davo dentro con il bere. E allora lanciai di nuovo i dadi e quelli di nuovo mi fecero vincere. La situazione si faceva via via più perniciosa. «Se continua così dovremo litigare», mi disse. «Non è colpa mia, sono i dadi», «Tira dai, e stai zitto, infame», «Io tiro, ma tu non chiamarmi infame», «D’accordo, tira quei dadi, coglione». Non mi andava di litigare e sperai di perdere, sicché quando lanciavo i dadi io non lanciavo i dadi, io scacciavo la fortuna, alzavo gli occhi alle stelle invocando la malasorte; ma questa non arrivò: vinsi tutte le giocate e Testa di Gomito – com’era prevedibile – s’infuriò. «Quei maledetti dadi sono truccati», mi disse. «Non esagerare, e poi sono tuoi i dadi», «Allora sono le tue mani ad essere truccate, coglione». Mi afferrò per il collo e prese a sbattermi il grugno sul marciapiede. Poi iniziò con gli schiaffi. Alzava il braccio e, dopo una traiettoria ad arco, il suo palmo mi rimbombava sulla faccia come una fucilata. I suoi pugni mi raggiungevano in maniera invisibile, come una magia. E allora caddi e rotolai come una palla fino al muro. Mi giudicai sconfitto; chiusi gli occhi e credetti d’esser morto. Nel deliquio, vidi un enorme inferno dove i bar vendono solo succo d’ananas. Fu allora che ripresi coscienza. Alzai le palpebre e scorsi una bottiglia ch’era ancora piena. La presi e la ruppi sullo zigomo di Testa di Gomito. Quello prese a girare come una trottola e diceva parole indecifrabili. Lo colpii di nuovo e perse i sensi. Guardai per un po’ il suo corpo immobile spalmato sull’asfalto lurido. Mi sentivo il più forte; ma sapevo che quando Testa di Gomito si sarebbe svegliato allora davvero avrei raggiunto l’inferno analcolico. Bisognava inventarsi qualcosa. Presi Testa di Gomito e lo caricai in macchina. Lo portai in spalla su per le scale. Alla fine avevo la schiena a pezzi e camminavo curvo. Lo misi a letto e gli rimboccai le coperte dopo aver innaffiato d’alcol le lenzuola. Poi mi sdraiai e venni avvolto da un sonno irrequieto. 
  Il mattino dopo dissi a Testa di Gomito che aveva del sangue raggrumato sulla fronte. Lui andò allo specchio. «Chi diavolo mi ha fatto questo?» Aveva la voce rauca come quella dei travestiti. «Non saprei», risposi. «Anche a me dolgono le ossa, e parecchi lividi mi coprono la schiena.» Allora quello tornò a letto, fiutò l’alcol dalle lenzuola e disse: «Devo aver bevuto assai, senti che puzza che viene». Io annuii con un cenno del capo. Testa di Gomito prese un fazzoletto e s’asciugò il sangue. Ricordo che non riuscivo a stare in piedi e il corpo mi sembrava privo dello scheletro. «Dobbiamo scoprire chi è stato e fargliela pagare», disse austero. «Sì, gliela faremo pagare», risposi. «Lo troveremo e allora sarà la fine, lo assaliremo in due, io e te», «Io e te, sì, la pagherà, oh, se la pagherà». 












sabato 27 ottobre 2012

Sabbia e poker.

  So che lo accusarono di superbia, e forse di megalomania, o di follia. Tali accuse sono fuorvianti o ridicole. Quando giunse ad Alloccopolis, la sua apparizione fu indecifrabile; l’immagine era quella di una macchiolina dai contorni vaghi, invisibili. Il vento gli remava contro mentre, con il petto davanti, passo dopo passo, mi raggiungeva. Disse di aver attraversato gli innumerevoli deserti equatoriali e di avere la sete del cammello. Ordinai due Punch bollenti alla banana; l’Ermetico bevve senza emozione il suo. Era un uomo, diceva, cui la vita non può più riservare sorprese, poiché aveva vissuto, seppur in attimi diversi, il rischio e la serenità. Raccontò dei negri kenioti, cui il tempo libero permetteva di contare i granelli delle sabbie; descrisse le donne sdraiate sulle amache ai margini delle oasi, con il naso schiacciato e i capelli spessi come le corde che reggono le navi; parlò a lungo di un bar – il Bombay bar – dove gli ubriachi persi nel vino di cocco si cacano nei pantaloni e continuano a bere, con le braghe legate alle caviglie. (Per mesi sognò d’essere come quelli e numerose furono le notti insonni.) Aveva viaggiato ininterrottamente per un tempo impreciso; beveva vini superiori e alloggiava in alberghi lussuosi. Disse di non avere più un soldo. 
  Nei tempi che seguirono, lo sappiamo, sempre laborioso, mentre si applica nei lavori più disparati. Costruì delle mura altissime, innumerevoli assolati pomeriggi trasportò il tufo per le scale ripide; devastò con la falce gran parte dei giardini pubblici, dove con una brocca buttava l’acqua nella terra arida e ad ogni brocca d’acqua che versava ne beveva una d’Aperol. Questo accadeva nelle ore assolate; al calar della notte, l’Ermetico frequentava bar infami e bische incivili. Si scoprì un raffinato giocatore di poker. Chi lo vide giocare, racconta di un’abilità sovrannaturale. La sua qualità era – presumo – quella d’accorgersi dei sottili andazzi della sorte, con una monotonia quasi barbara. Per anni applicò quell’unico (ma utilissimo) vantaggio; un giorno calcolò che possedeva tre volte i soldi di quando iniziò a mescolare le carte. Sapeva che quegli anni non erano andati persi e l’idea di una nuova vita lo rabbrividì nella fronte. Alcuni lo ricordano sulle spiagge renose, sdraiato, con un vestito elegante e le carte del poker strette nelle mani. Forse la solitudine animava quei momenti; forse pensava al luogo che doveva raggiungere, ai soldi, ai cammelli o alle donne. A volte ringraziava le stelle, simbolo di un destino avaro di occasioni ma, tuttavia, favorevole. L’Ermetico non perse tempo e raggrumò la somma nel portamonete; non erano molti soldi, ma bastavano per ciò che aveva in mente. Fece la sua apparizione nella bisca e si sedette al tavolo verde. «Sono qui per arricchirmi del vostro danaro», disse agli avversari. Riuscì a tener testa a lungo; ma giocava d’istinto e d’istinto perse. L’avversario rastrellò il contante sparso sul tavolo con un ghigno. L’Ermetico uscì dalla bisca a capo chino, lo sguardo fisso sui sandali in pelle di armadillo. 
  Di qui si hanno poche notizie, quasi nessuna scritta. La sua apparizione era furtiva e lesta. Gli Alloccopolisiani fecero il possibile per aiutarlo; le collette furono numerose e sincere. L’Ermetico, di natura dignitosa, accettava solo i soldi per l’Aperol. Prendeva nei palmi l’elemosina, contava i pochi spiccioli che gli occorrevano e restituiva il resto. «Solo lo stretto necessario alla sopravvivenza», diceva. Tirava sorsate dal collo della bottiglia sotto l’ombra dei ponti o degli archi ombrelliformi. Nessuno riuscì mai a consolarlo, nemmeno l’Aperol. Com’era prevedibile, non resse a lungo. Disse che tornava nei deserti, dai negri e dai cammelli; avrebbe calpestato di nuovo le oasi immense. Forse davvero la sabbia lo chiamò; era un po’ uno spaccone delle circostanze, e forse il destino ha un debole per la gente come lui. Ci lasciò una sera polverosa, elemosinandoci la stessa macchiolina con la quale era apparso.

domenica 21 ottobre 2012

L’opera eterna di Fabio Volo.

  La storia della letteratura, forse per la sua vastità, abbonda di enigmi. Molti di essi mi sono indifferenti, poiché sono – come mi pare di aver detto – un lettore edonista: nulla mi colpisce più dell’estetica, anche quando è fine a se stessa. Tuttavia, un mistero m’inquieta: la strana gloria di quel tale, di nome Fabio Bonetti, in arte Fabio Volo, cui le opere conobbero tiratura elevatissima. Lo scopo di questi appunti è quello di svelare – seppur parzialmente – tale indecifrabile enigma. 
  Sappiamo che la vita di un autore può essere metafora delle sue opere e viceversa. (Dostoevskij vuole forse raccontarci le claustrofobie della galera attraverso i labirinti mentali di Raskolnikov; la solitudine di Roquentin può essere la motivazione lucida del rifiuto di Sartre al premio Nobel; le pagine di Hemingway sono Hemingway.) Tali arbitrari esempi ci portano ad esaminare la biografia di quest’autore. Fabio Volo nasce nel 1972 in provincia di Bergamo, che è la città dove attecchiscono con vigore alcuni dei pensieri più profondi del popolo italiano, come quello del tenace Bossi, cui i motti più in voga sono “Noi ce l’abbiamo duro” e “Roma ladrona”. (Molti bergamaschi urlano con le mani alzate non appena queste parole vengono proferite dal pulpito.) Nell’età dell’adolescenza, Fabio Volo decide che nulla può più imparare dai libri e lascia la scuola dopo l’impresa della licenza Media. Nei tempi che seguirono lo sappiamo intraprendere una moltitudine di lavori diversi, alcuni dei quali formarono e levigarono il futuro scrittore di successo. Essi sono il panettiere, il batterista, il cantante. Non mancò di incidere alcuni singoli dance; genere tanto amato da filosofi, pensatori, artisti di ogni genere e di ogni tempo. Iniziò, nel 1996, la sua esperienza in radio, che gli spalancò le porte della notorietà. Due anni dopo, la svolta: la prima apparizione in tv nel noto programma culturale Le Iene. Al suo fianco, gente del calibro di Simona Ventura e Andrea Pellizzari, cui molti studiosi dedicarono infiniti trattati per svelarne l’inestricabile pensiero. 
  Nel 2000, Fabio Volo si giudica maturo per la pubblicazione del suo primo libro, che intitolò Esco a fare due passi. Quest’opera è, ovviamente, geniale. Cercherò di svelarne la complessa trama. Un DJ radiofonico si scrive una lettera che immagina di ricevere dopo cinque anni. Nella lettera annota la sua vita, le sue opinioni, i suoi incontri. Non mancano gli aforismi misteriosi. Ne trascrivo il più gagliardo, che richiama addirittura quelli biblici di Salomone: «C’è chi cerca l’altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza. Sono uno spicchio di me stesso». Quale maestosità di intrecci! Quale incredibile tecnica narrativa! È un peccato che autori come Saul Bellow non possano leggere tale capolavoro; il Nobel brucerebbe all’istante il manoscritto di Herzog, dove il protagonista è l’ebreo che manda lettere al mondo. Un enorme velo di vergogna lo avvolgerebbe. Insomma, uno scritto insuperabile. 
  Negli anni successivi il genio di Fabio Volo non conosce limiti: irrompe nelle sale cinematografiche con il film Casomai, pilastro del cinema di sempre che lo sublimò alla candidatura del David di Donatello come Miglior Attore Protagonista. (Consiglio a tutti la visione di tale pellicola, poiché in essa sono racchiusi, anche se in maniera velata, i segreti invisibili dell’uomo e i significati astrusi dell’esistenza.) Dopo soli tre anni, ecco il secondo libro: È una vita che ti aspetto. La trama del secondo non è meno efficace di quella del primo: Francesco parla della propria vita, che giudica incomprensibile. Vengono trascritte, in prima persona, le sue opinioni, i suoi incontri e i suoi amori. A prima vista pare impossibile che un autore spazi, in così poco tempo e con tale profondità, in argomenti talmente diversi fra loro (sei lunghi anni passarono, ad esempio, dalla stesura di Gente di Dublino a quella dell’Ulisse), ma Fabio Volo è pensiero vivo e la sua intelligenza può risultare inarrivabile. La ripetizione di tale anomalia ne è la prova. Nel 2006, il terzo libro: Un posto nel mondo. Nel 2007, ecco Il giorno in più. Nel 2009, Il tempo che vorrei. Nel 2011 viene pubblicato il suo ultimo capolavoro, Le prime luci del mattino. Tutti questi libri (ma sono qualcosa in più di semplici libri) indagano nel profondo dell’uomo fino a toccarlo, e leggendoli si ha la sensazione che una qualche verità atavica venga svelata. 
  Alcuni critici, nell’ignoranza, dicono che le opere di Fabio Volo sono – risum teneatis – dei libricini per povere massaie senza cervello, e che egli non possa neanche essere classificato come scrittore. Costoro non comprendono (non vogliono comprendere) la realtà segreta dei suoi scritti, che rimarranno comunque immutabili nel tempo come quelli di Platone, Aristotele, Ariosto, Donne, Borges e di tutti gli altri classici (che Fabio Volo supera nella tecnica e nei concetti). Il fatto che venga letto sulla sabbia, sotto l’ombra delle palme, o che spesso i suoi libri siano accompagnati dalla Settimana Enigmistica, oppure che i suoi fans siano persone senza alcuna esperienza significativa di lettura, ebbene, ciò non dimostra nulla, poiché questo autore è principio e specchio di un qualcosa, che è l’uomo universale e il suo destino.