giovedì 26 gennaio 2012

Scipione l’africano.


  Poi presi casa con Sgum, che aveva difficoltà anche a vestirsi. Provò a dare il primo esame dopo due anni d’università. Un esame di storia. Per un mese, in maniera incessante, vagava per l’appartamento con l’esile volume sottobraccio. Ripeteva ad alta voce frasi imparate a memoria, a volte in modo sconnesso e casuale. A dieci giorni dall’esame, parlava solo per citazioni. Ero in bagno e sentii bussare. «Chi è?» chiesi. «Perché Scipione l’africano, nella famosa guerra di...», e troncò lì, senza aggiungere altri particolari. A volte apriva il volume a caso, puntava il dito sulla pagina e, ad occhi chiusi, gridava: «So tutto a memoria». Un attimo di pausa, poi riattaccava: «Perché Scipione l’africano, nella famosa guerra di...”, e andava avanti così tutto il giorno. «Sgum, mi passi il formaggio?», «Perché Scipione l’africano...», oppure, «Hai del dentifricio?», «Perché Scipione l’africano...», e così via. La mattina dell’esame lo vestii casual, con camicia e giacchetta di lino. Sembrava convinto di sé. Il libro gli pendeva dalle mani. Dissi: «Vai Sgum, faglielo vedere chi sei, io ti farò il tifo da casa», «Perché Scipione l’africano...». Lo guardai perplesso mentre lo vedevo allontanarsi sul pianerottolo. Presi a sedermi sul divano, ascoltai un vecchio disco fumando una sigaretta. 
  Sgum tornò prestissimo, lo sguardo ne tradiva la delusione. «Com’è andata?», chiesi. «Robin, quando il prof mi ha chiamato io subito ho preso posto sulla sedia.» Non capivo dove volesse arrivare. «E allora?», «Allora quello mi ha chiesto cosa portavo, io gli ho fatto vedere il libro e gli ho detto ‘Questo, porto questo’» «E lui?», «E lui mi ha chiesto dove fossero gli altri due volumi, ma io sapevo solo di quello su Scipione l’africano, e allora il prof mi ha indicato l’uscita con un ampio gesto della mano, sicché io mi alzo dalla sedia e saluto cordialmente tutto lo staff universitario». Aveva la giacchetta sulle ginocchia e lo sguardo pensoso. Cercai di consolarlo. «Dai Sgum, non ti preoccupare, lo rifarai la prossima sessione, non stare lì ad affliggerti.» Quello alzò gli occhi e disse: «No, ho chiuso, basta con l’università», «Perché dici questo?», «Perché Scipio...». Non gli feci finire la frase. Lo colpii ripetutamente al volto, lui cadde a terra e iniziai con i calci. 
  Sgum lasciò l’università poco dopo. Mentre faceva le valigie si ripeteva che la fortuna sarebbe arrivata, velocemente e in grandi dosi, nel mondo del lavoro. Ora lo si può incontrare la mattina presto. Solo ma allegro, Sgum guida un camioncino con una grossa cisterna a rimorchio. Il camion che lo precede carica il pattume, poi lui passa ad igienizzare con una pompa. In punta di piedi lancia i detergenti e i profumanti nell’orribile contenitore. A volte si ferma e rimane per un po’ a fissare il cassonetto dell’immondizia svuotato, igienizzato e profumato. Un sussulto automatico prende ad animarlo. Spalanca la bocca, poi urla: «Perché Scipione l’africano...».

martedì 24 gennaio 2012

Darwin e la merda di cane.

  Odio gli animalisti, più dei vegetariani. Non li sopporto, è più forte di me. L’ultimo che incontrai attaccò una lagna triste sull’ambiente e su qualche animale tropicale. Mentre quello parlava, avrei soffocato a mani nude l’ultimo panda sulla terra, solo per avere il gusto di privarlo dell’argomento che ostentava da ore. In un’altra occasione ebbi modo di vedere il peggio. Una signora, ben vestita, con tacchi e pellicciotto, aveva al guinzaglio un cane enorme. La bestia era a forma di tubo e aveva il pelo lungo e grigio. In perfetto stile troia, si faceva guidare dagli strattoni del cane, ostentando la scollatura molto bassa. Ebbi un’erezione: la donna, tutta in tiro, non mi dispiaceva. Poi il cane si mise a cacare, mostrandomi il suo buco di culo enorme e disgustoso. La signora, nel frattempo, parlava al telefono e fumava sigarette slim. Il cane finì di liberarsi completamente del peso e io rimasi a guardare la montagna di feci. Partendo da una base larga, la merda finiva poi in una punta penzolante, alzandosi di qualche centimetro. Riuscii a sentirne la puzza. Anche la padrona abbassò lo sguardo verso gli escrementi. 
«Bravo Rocky, l’hai fatta tutta? Così, da bravo,» disse la bella signora. 
Poi prese un guanto ed una bustina trasparente e iniziò a togliere la merda dalla strada. Trasalii di fronte quell’orrore. L’erezione scomparve istantaneamente. Presi a vergognarmi per tutti gli uomini, per l’intero genere umano. Centinaia di migliaia di anni buttati al vento. Tutta la nostra evoluzione, dall’Austrolopithecus afarensis per arrivare al moderno Homo sapiens sapiens, portava irrimediabilmente a questo: raccogliere la merda dei nostri cani per strada, con bustina e guanti. La bella signora, prima avvenente e provocatoria, era adesso solo una raccoglitrice di feci. Pensai al cane come al padrone. Vidi la signora costretta ad occuparsi di merda a vita, tutta triste, con tacchi e pellicciotto. 
Dopo quell’incontro il mio odio per gli animalisti si estese anche ai cani. Quando potevo li picchiavo, mosso dal desiderio di dominio razziale. Non volevo permettere alla loro specie di prendere il sopravvento. 
Una mattina ero al parco con Macho, mio vecchio e voluttuoso compagno. Nella passeggiata incontrammo un’altra amica che aveva un cucciolo. Precedendo la giovane padrona, il bastardino corse verso di noi. Pareva felice e con un agile scattò frenò ai miei piedi, sicché alzò la zampetta e mi pisciò sulle scarpe. Vidi tutto nero; era una sfida. Il cane voleva dimostrare che la sua specie era pronta a prendere il sopravvento su quella degli esseri umani. Non bastava più pulirgli il culo, ora anche il piscio. L’umanità venne umiliata e rispose con violenza. Assestai un bel calcio al cucciolo. Quello volò in aria e cadde sul prato tracciando una traiettoria obliqua. Litigai con Macho e l’altra nostra amica, che delle mie tesi evoluzioniste se ne infischiarono. Ero nemico dei cani, punto e basta. 
Dopo qualche mese dovetti trasferirmi a Bologna per lavoro. Fu nei primi giorni che venni a conoscenza dei MerdaBusters. In quella città, fredda ed umida, la situazione dell’uomo mi parve disperata: a raccogliere i maleodoranti rifiuti biologici dei cani non c’erano solo i padroni degli stessi, ma qualcuno che lo faceva addirittura di mestiere. In moto, con le sirene che giravano raggianti, i MerdaBusters raccoglievano gli escrementi, aiutati da un’enorme aspirapolvere che portavano legato alle spalle. Vidi l’uomo senza via d’uscita. Come un tumore, la supremazia dei cani aveva coinvolto l’intero organismo bolognese. L’inferiorità della mia razza era lì non solo provata, ma addirittura ostentata. Un’intera flotta di uomini si occupava della pulizia da merda di cane. Il mio odio nei confronti dell’animale nemico cresceva sempre più. 
Il massimo fu quando trovai una stanza in via Petroni. Avevo come coinquilini una giovane ragazza e il suo cane Snork. Lei mi spiegò del suo essere animalista, vegetariana, macrobiotica e tutto il resto. Di nuovo volli uccidere un ultimo esemplare di qualsiasi specie. Capii che Snork aveva ormai il completo controllo sulla ragazza, che accorreva a qualsiasi suo bisogno. Gli dava da mangiare, lo abbeverava, lo puliva con un prodotto costoso e, ovviamente, raccoglieva la merda quando cacava per strada. 
Le cose andarono bene per un qualche tempo, poi i rapporti fra me e Snork presero ad inclinarsi. La sua spiccata intelligenza lo aveva condotto lungo la strada che apre il frigo, dove saccheggiava la mia spesa, lasciando intatta quella della padrona. Solo le birre non riusciva a prendere. Stappare è evidentemente una cosa da uomini. 
“Grazie a Dio non ha la mano prensile,” pensavo. 
Iniziai a fare delle ronde notturne a salvaguardia delle cibarie. Guardavo il frigo per ore. Poi, preso dal sonno, svenivo sulla sedia. Al mio risveglio Snork aveva completato per intero la sua opera infame. Tentai di farmi capire meglio, a suo modo. Pisciai sugli angoli del frigo per marcare il territorio, ma neanche questo servì a qualcosa. Castrato, lasciato per ore davanti ad un televisore in una stanzetta piena di fumo di sigarette (il tutto per mano di un’accanita animalista), Snork pareva volesse vendicarsi sulla mia pelle per tutte le ingiustizie subite nei secoli dei secoli. 
Una sera, dopo la palestra, sbavavo all’idea delle fettuccine che mi aspettavano pronte in frigo. Avevo davvero fame. Una volta a casa trovai però il frigo aperto. Snork era sdraiato a terra con la pancia all’insù. Le fettuccine erano sparite. Sicché andai su tutte le furie e arrivammo allo scontro fisico. Io davo calci e lui provava a mordermi il braccio. Come l’uomo di Cro-Magnon, ripercorsi la storia evolutiva del genere umano, e mi ritrovai a combattere per il territorio con una bestia. Riuscii a chiuderlo in un angolo; lo colpii sui fianchi e sul musetto con la suola dei mocassini. Snork guaiva piangendo. Stavo per buttarlo dalla finestra, quando rientrò a casa la padrona animalista. Vide la scena e per poco non svenne. Venni cacciato di casa per direttissima. Mi ritrovai senza domicilio all’improvviso. Presi ad odiare Snork: aveva vinto. Il territorio era suo. I cani, per quella volta, avevano avuto la meglio.

Caffè Sport Borghetti 2000.

  Non berrò mai più il Caffè Sport Borghetti Duemila, liquore di vero caffè espresso. Oltre la scimmia, infatti, la saporita bibita genera in me uno stato profondo di agitazione, un’ansia incontrollabile. Peggio ricordo solo il VOV, liquore al tuorlo d’uovo (ne bevvi una bottiglia intera e vomitai i pulcini). Se solo provo ad avvicinare il Borghetti alle narici vengo preso dalla nausea, cui segue il ricordo di un capodanno. 
Eravamo a festeggiare in un casolare di campagna. C’eravamo tutti. Mandingo ballava e rideva; Cicco suonava il basso e rideva anche lui. Poi c’eravamo io e Testa di Gomito che, in maniera rumorosa, ci contendevamo il Borghetti giocando alla morra. «DUE, SEI, SETTEMBRE, TREMA DI ME» e giù a bere fiumi di Caffè Sport. Finì una bottiglia, poi un’altra. 
Ed ecco: l’ansia. 
La caffeina iniziò a circolarmi nelle vene unendosi all’alcol. Tutto ciò provocò in me uno stato di ansia schizofrenica. Mi sentii male e volli andarmene. Testa di Gomito, anche lui esaurito dal liquore, si offrì di accompagnarmi con la macchina. Partì sgommando a 200 km/h. (Non di rado la sera, prima di coricarmi, sono solito stendere dei ceci a terra, inginocchiarmi, quindi pregare Dio-Nostro-Signore per non esserci schiantati come due polpette). 
Arrivammo quindi davanti casa. L’ansia della caffeina lavorava frenetica il mio sistema nervoso centrale. Percorsi il vialetto, arrivai dinanzi l’uscio, presi le chiavi e inavvertitamente schiacciai il pulsante che azionava l’allarme. La potente sirena finì per disintegrare l’ultimo barlume di calma nel mio animo. Preso dal panico, attanagliato dalla paura dei ladri (ovviamente immaginari), ruppi il vetro che dà sulla sala. Entrai dalla finestra rotta, caddi sull’albero di Natale, l’albero di Natale cadde sulla cristalliera di mio padre, la cristalliera franò e finì per rompere il tavolo, anch’esso di un bel cristallo di Murano. A terra, un numero incalcolabile di Swarowsky rotti. 
Sicché mi ritrovai con casa distrutta senza capirci una mazza. Tutto era successo in trenta secondi. Notai che perdevo sangue. Ammirai il mio capolavoro. Testa di Gomito scuoteva la testa come un ebete. 
«E mo?» chiesi. «’Ngulo che casino!» 
«Cazza tu,» rispose Testa di Gomito. E andò via. Ero in bel guaio, e adesso ero anche solo. 
Decisi di giocare d’anticipo: alzai la cornetta e chiamai il Babbo. 
«Dimm’ Robin, auguri.» 
«O pa’, sint’, ecc’ cià stat’ li ladri, ma n’n t’ preoccupare, ca li sò cacciat’ j’.» 
«Ma tà fatt’ mal’, ti fatt’ dol?» chiese premuroso. 
Ero alle corde; attingevo le ultime forze. 
«O pa’, ca i sò dat’ ’na frac di botte, statt’ tranquillo.» 
«ARRIVO SUBITO!» urlò il Babbo. E riattaccò il ricevitore. 
“MERDA!” pensai. 
Caddi nella disperazione più nera. Mio padre si sarebbe accorto sicuramente della sbornia. Che fare? Mi sedetti sulle scale. Le mani insanguinate coprivano il volto sfatto. Cercai un rimedio aspettando l’arrivo dei miei. Pensa che ti pensa, m’addormentai così, in quella posa plastica, sdraiato sulle scale come un clochard. 
Quando mio padre mi svegliò, lo guardai e le uniche parole che mi vennero fuori furono: 
«CAFFÈ SPORT BORGHETTI DUEMILA, LI SÒ CIS LI LADR’ PAPÀ.» 
Com’era prevedibile, mio padre mi massacrò con i calci e con i pugni. Alla fine usò anche la cinta. Fu una notte terribile. 
Il mattino seguente, dopo una nauseante colazione e quattro o cinque cazzotti avanzati dalla sera prima, mi venne presentato il conto: un milione del vecchio conio. L’estate seguente andai a fare il carpentiere per ripagare i danni. Rimborsai fino all’ultimo centesimo. Il Borghetti mi uccide.

Io e Peppe.

  Pomeriggio tardi. Roma. Peppe aprì l’angusto frigo di casa. Uno spicchio di cipolla ormai verde traballava solitario. Negli stipi, vicino le uova atomiche, due dita di prosecco lo scrutavano da una bottiglia tappata con il cucchiaino. Tirò giù un sorso, un altro, e sputò all’istante l’orribile liquido sul pavimento. Guardò preoccupato l’orologio. Ormai si avvicinava sera e bisognava organizzarsi per il week end romano. 
«ROBIN,» urlò svegliandomi, «N’N C’ STÀ NU CAZZ’ DA BEV’, ALLARME ROSSO COMPÀ.» 
«CODICE BLU, PEPPE,» risposi alzando anch’io la voce. 
Sicché andammo al supermercato vicino casa, dritti dritti al settore alcolici. Non avevo voglia di sfondarmi e provai qualche scusa. Peppe era però incontenibile. 
«Peppe, che dici, un fragolino?» 
«Mmmh, bah.» 
«’Na birretta allora, ’na bella biretta fresca. Non ci sta male.» 
«E che ci fai?» 
Aveva lo sguardo puntato sui mocassini rossi. Tirò via la mano dalla tasca e s’accarezzò i radi capelli bruni, perfezionando così l’ottimo riporto. Si vedeva che era concentrato. 
«Robin, qua c’ vò la Vodka, no li chiachr’,» sentenziò. 
E vodka fu. 
Prendemmo due bocce e tornammo nel nostro seminterrato stretto e muffoso (non a caso Peppe era solito chiamarlo bat caverna). I recipienti vennero vuotati a velocità record. Ci dilettammo poi un’oretta al gioco dello Striscia. Io presi l’Uniposca e tracciai una spessa linea nera a terra, sul linoleum azzurro del pavimento. Facemmo la conta e a Peppe uscì di fare il poliziotto. Toccò a me camminare sulla striscia. Peppe minacciava il ritiro della patente. Era tutto molto ludico e spassoso. Alla fine, in questura (che poi era il cesso) firmai un documento e m’allontanai. Decidemmo che s’era fatto tardi e uscimmo. 
Peppe prese lo scooter e partimmo alla volta della Prenestina, dritti verso lo Strike, famoso localino techno della capitale. Arrivammo quindi davanti i cancelli, ma non trovammo nessuno ad aprirci. Lo sconforto quasi ci divorava. Stavamo quasi per andare via, poi una coppietta s’avvicinò all’entrata. La tizia prese il cellulare e chiamò qualcuno. Subito dopo arrivò un signore alto ad aprire i cancelli. Ci imbucammo anche noi. 
«Una festa privata Robin, e vai!» mi sussurrò Peppe vicino l’orecchio. 
La prima piacevole sorpresa fu l’Open Bar, che tradotto vuol dire bicchieri gratis. Ci ritrovammo così in breve tempo dall’altra parte del bancone, a preparare cocktail improbabili per noi e per tutti. Ci divertimmo molto a fingerci barman. Fummo impeccabili. Il tempo passava veloce e la musica assordante m’induriva i timpani. Insomma, tutto andava per il meglio. Poi s’avvicinò questo tizio, aveva i peli fuori la camicia e gli occhi dispari. Il mio amico gli chiese gentilmente l’ordinazione. 
«’Na spina pe’ favore, a zì.»  
Preparò la bibita con zelo e gliela porse davanti. Fu in quell’attimo che successe l’imprevedibile. 
«Quant’è?» chiese il tizio tirando via il borsello dalla giacca. 
Peppe mi guardò dritto negli occhi, poi guardò quello e poi di nuovo me. Si vedeva che era concentrato. 
«Quattro euri per te compà.» 
Il tizio sborsò il denaro e sparì nella calca. Quello divenne il nuovo sport. 
«Un whiskey, a zì.» 
«Arriva.» 
«Vodka tonic, bello.» 
«Pronti!» 
Facemmo un bel gruzzolo in poco tempo, qualcosa però andò storto. Si avvicinarono tre tizi con l’aria minacciosa. Uno di quelli gonfiò il petto e ci raggiunse dietro il bancone. 
«CHI SIETE?» urlò. 
«Lui è il festeggiato,» rispose Peppe indicandomi. 
«IO SÓ ER FESTEGGIATO,» fece il più grosso e incazzato dei tre. 
I minuti che seguirono furono terribili. Ci massacrarono con i pugni e con i calci. Sputavano anche. Ricordo un unico groviglio di dolore e umiliazione. Sembrava di volare con tutti quei calci in culo. Non so per quanto tempo andammo avanti in quel modo. Quel che è certo è che ci svuotarono le tasche e i sudati guadagni andarono in fumo. Alla fine ci lanciarono fuori lo Strike su un’enorme una pozzanghera di piscio. Non era più il caso di andare in giro e ci avviammo verso lo scooter. Camminavamo a fatica. Il corpo sembrava privo delle ossa e puzzavamo di vomito. Siccome non bastava, iniziammo a litigare fra noi. 
«Guido io Peppe, che tu stai mozzo.» 
«No, il motorino è mio, guido io.» 
«Tu ci fai schiantare, smettila, guido io.» 
«Lu muturin’ aè lu mì, se t va bone se no arvattn a pit,» disse incazzato. 
Lo mandai a fare in culo e mi diressi verso la fermata del notturno. Mi sedetti sulla panchina e aspettai l’autobus. Faceva anche molto freddo. “’Ngul a mammete Giusè,” pensai. Dopo 10 minuti vidi un’ombra correre verso di me. Lo riconobbi, era uno dei tre dei calci in culo. Si avvicinò ansimando. 
«Aò, viettè a ripjà l’amico tuo.» 
Tornai indietro. Quel che vidi fu assurdo. Circondato da una folla ben vestita, ad una decina di metri dalla partenza, Peppe s’era spalmato a terra e, col motorino ancora acceso, continuava ad accelerare imperterrito. La ruota girava vorticosamente a vuoto; dalla marmitta veniva un fumo bianco che sapeva di bruciato. Toccai Peppe con la suola della scarpa. Luì azionò il freno e disse: «Sali Robin, sali, dai guidi tu.» Non rimaneva molto da fare. Alzai lo scooter da terra, caricai il corpo del mio amico sullo scooter e partii. Nel tragitto Peppe dormiva poggiando il casco sulla mia spalla poggiata. Dovetti portarlo come un sacco fino alla bat caverna. Lo accomodai nel letto e gli rimboccai le coperte. Lui si svegliò di soprassalto. 
«Robin, la festa? Coma à it a finì?» chiese. 
«Ci hanno cacciato a calci in culo Peppe.» 
«BASTARDI MALEDUCATI!» 
Poi collassò per sempre sul cuscino. Anch’io ero provato, mi sdraiai sul divano, chiusi gli occhi e presi sonno.

lunedì 23 gennaio 2012

Flora e fauna milanesi.

  In effetti, l’unico ricordo candido che ho di Milano è un ambulante che canta o mia bella madunnina mentre vende marroni a peso-platino sotto l’ombra di una via centrale. Il sole spaccava in due la piazza e io cercavo di allacciare qualsivoglia rapporto con gli autoctoni. Dispensavo svariati buongiorno e buonasera ovunque andassi (sguardo dritto, schiena retta e leggere intonazioni sibilanti sulle vocali a mostrare totale disponibilità), senza però raggiungere grandi risultati. Capii dopo un paio di settimane che Milano somiglia molto ad un enorme zoo-city. E allora presi tutto ciò che può servire nella rischiosa esplorazione di un simile posto: un paio di scarpe molto robuste (utili contro i morsi dei seguaci leghisti, cui piace strisciare a terra sentendosi tutt’uno con il terreno amato) e una bussola, indispensabile nelle ore notturne quando i mezzi pubblici vengono meno. (Un giovane tassista spiega l’assenza dei mezzi notturni in maniera sinistra. «Qui si lavora il giorno e la notte si riposa.» Da ciò il cattivo sapore del pane locale, che non potendo essere lavorato nottetempo, acquista la tipica consistenza gommosa e l’impossibile digeribilità.) Quindi presi anche un coltello a doppia lama con seghetto, una borraccia stracolma di Gin Piscio e una pillola che provoca la morte in pochi minuti. 
  Iniziai a risalire via Manzoni e mentre tiravo giù un sorso di GinPiscio sentii dietro di me una voce rauca gridare: «Terrùn». E allora mi voltai e vidi un branco di ragazzini emo. Erano vestiti come barbie e hanno l’aspetto minaccioso. Misi la mano nella tasca destra del giaccone militare dove avevo il coltello e la sinistra nell’altra, dov’era la pillola. I ragazzini si fecero avanti e la tensione era alle stelle. Ma arrivati a pochi metri, girarono l’angolo e mi giudicai salvo. Decisi quindi di cambiare strada e passai dinanzi la Scala per risalire via Monte Napoleone. dove vive un altro tipo di esemplare: l’ImpiegatoBranco. Questo strano animale, che popola le vie del centro, ha la peculiarità di cambiare atteggiamento a seconda dell’orario cui lo si incontra. Di mattina lo si può osservare mentre cavalca energicamente le strade centrali pieno di verve. La sera invece vaga nelle metropolitane completamente sfinito, la valigetta aperta a qualche metro di distanza, la bocca aperta con la bava che cola, la cravatta allargata e l’Iphone che squilla inutilmente all’impazzata. 
   Una sera ne vidi due litigare animosamente. Si spintonavano a colpi di ventiquattrore, e io credetti in un primo momento che la lotta implicasse il territorio o la riproduzione, ma i milanesi sono pieni di sorprese: litigavano per chi avesse diritto a prendere il primo di una fila interminabile di taxi. Avvicinatomi all’orribile scena, non potei fare a meno di urlare ad un mio amico, rimasto indietro di qualche metro, qualcosa come: «Oh, vieni a vederli questi due esemplari, combattono fra loro come le bestie». I due, ovviamente, capirono che non ero di Milano e si coalizzarono all’istante contro di me. «We terrun, cazzo vuoi, vada via el kiul, va a ciappà i ratt», mi dicevano all’unisono. Nel frattempo si avvicinavano con fare minaccioso e mi ritrovai di nuovo con la mano sulla pillola. E allora ricordai di come mia nonna Gilda scacciava gli animali selvatici dagli orti coltivati e provai la mossa: feci un passo avanti e sbattendo il piede a terra gridai: «Sciò». L’ottima manovra fece scappare i due esemplari a gambe levate. Piangevano e ad uno di quelli squillò l’IPhone. Insomma, iniziavo ad ambientarmi.

Poliziotto superpiù.

  Avrei dovuto crederci la prima volta che me ne parlarono. Era estate. Quel pomeriggio il caldo mi appiccicava la maglietta alla pelle come una colla. Per abbassare la temperatura corporea fui costretto a bere innumerevoli spine ghiacciate. Scolai un paio di litri in poco tempo. 
Barcollando, l’occhio inespressivo e i denti radi, arrivò a tenermi compagnia un noto tossichetto autoctono. Mi si sedette vicino e iniziò a raccontare un po’ della sua storia. Aveva l’alito di fogna e quando parlava mi sputava addosso una saliva amaranto e disgustosa. Sicché urlai all’oste di portare un paio di spine gelate e degli stuzzichini. 
Il tizio, di età indecifrabile, disse di essere appena uscito dal gabbio, e che a sbatterlo dentro era stato uno «sbirro assurdo» su cui piombano diversi soprannomi: il Roscio, Rambo, Leccata di vacca, il Napoletano eccetera. Il racconto incalzava e tirai giù d’un fiato una 0,4. Il drogato mi delucidò sulla cattura. Aveva un po’ di fumo in campagna, ben nascosto sotto un sasso. Se ne aveva bisogno (e Dio solo sa quanto!) andava, intaccava e vendeva per comprarsi la roba. Quando il Poliziotto Superpiù lo pizzicò era notte fonda. Raccontò d’essersi avvicinato quatto alla pietra e, dopo aver dato un’occhiata intorno, s’era deciso a sollevarla. Tutto successe in un lampo. Sollevato il macigno di pochi centimetri, udì un rumore di fogliame. Fu allora che vide Rambo scendere giù da una pianta come uno scoiattolo. Il povero tossico, tutto morfinoso, non fece in tempo a fare alcunché. Robocop lo raggiunse con un balzo e lo ammanettò con velocità zenigatiana. 
Mentre quello scortava, trascinandolo per i piedi, il tossico alla volante, questi non poté fare a meno di elogiarlo per la sua incredibile pazienza. 
«Una roba da film,» mi disse il tossico. «Doveva essere lì da giorni, forse settimane. Camminava a malapena ed aveva gli occhi come due polpette, stanchi e sfatti.» 
«E lui?» chiesi. «Che ha fatto?» 
«Ha tirato fuori il manganello e io sono svenuto,» disse. 
Ingurgitò la spina e andò via. Lo vidi allontanarsi per poi franare su una panchina, pochi metri più in là. Guardandolo credetti di aver ascoltato il delirio eroinomane di uno che voleva solo bere gratis. Nulla di più sbagliato. 
Pochi giorni dopo il destino mi fece incontrare con l’incredibile sbirro. Il fatto avvenne davanti uno dei tre o quattro abbeveratoi della città, sempre pieno di ragazzi in disperata ricerca di movida. Successe che due tizi iniziarono a darsele. Volavano pugni in faccia e calci in culo. Il sangue scorreva copioso. Qualcuno chiamò giustamente la polizia. Poco dopo arrivò sgommando una pantera fiammante. Capii che era Lui: il più sbirro di tutti, Sbirrus Sbirrorum. Non mi sbagliavo. La porta si aprì e comparve un soggetto tutto impettito, capelli rossi a leccata di vacca e dei giganteschi occhiali a goccia specchiati che ne impedivano lo sguardo (erano le due di notte inoltrate, ma lui evidentemente ci vedeva benissimo e li tenne su per tutto il tempo). 
Quindi si avvicinò ai due con molta lentezza e si fermò ad un paio di metri dalla rissa. Rimase a fissarli per un po’. I due si rotolavano a terra in una pozza di sangue. Adesso uno di quelli tentava di strangolare l’altro. Tutti si chiedevano cosa avrebbe fatto Rambo, come avrebbe risolto la faccenda, ma soprattutto quando. Lo Sbirro continuava a fissare immobile i due che si ammazzavano. Insomma, ci si attendeva un qualcosa, qualsiasi cosa, ma l’inconcepibile agente estrasse dalla tasca un paio di guanti bianchi di pelle e iniziò ad infilarli uno dopo l’altro, con calma. 
Eravamo in quella magia quando un famoso ubriacone locale urlò: 
«ECCO IL DOTTOR HOUSE... CHE È VENUTO PER L’APPENDICITE!» 
L’ilarità di tutti subì un’inevitabile impennata. Ciò provocò l’ira di Robocop, che, sbattendosene dei due, si diresse versò l’alcolizzato, tirò fuori un manganello con delle iniziali dorate in altorilievo e prese a picchiarlo selvaggiamente. L’alcolizzato svenne; venne poi trascinato per i piedi e lanciato dentro la volante. Quindi lo Sbirro accese la sirena e partì a 200km/h zigzagando nella folla. I due lottatori rimasero a terra a rotolarsi nel sangue. Uno dei due aveva la faccia come gli spinaci saltati, tutta sgualcita ed incomprensibile. Decisi di non rimanere a guardare; non so chi dei due prevalse. Scolai il drink e m’allontanai. 

Nei tempi che seguirono, seppi da qualcuno (non ricordo chi) che Rambo incolonnò una serie incalcolabile di imprese vittoriose, come la sopracitata. La sua fama dilagò nella città a macchia d’olio, e non mancò molto che ne superò i confini, attraversando addirittura l’oceano. Si decise che uno come lui era sprecato in un piccolo centro di provincia come il nostro. Venne trasferito un paio d’anni fa. Ora il “Dottor House” opera a New York, nel Bronx, dove risse, scippi, taccheggi e bullismo nelle scuole pare siano scesi a picco in tempi record. «Le nostre carceri,» afferma preoccupato il sindaco della Grande Mela in un’intervista, «non sono mai state così affollate.» 

Preti e suore sono difficili da collocare all’interno della scala alimentare.


  Mi fermai al baretto dell’università e ordinai un panino con frittata e peperoni e una birra extra strong. Di lì a poco sarebbe iniziata la lezione di biologia. Ignaro dello shock culturale che avrei dovuto subire, ingurgitai la colazione, entrai in aula e poggiai il culo sulla solita sedia. La prof. fece la sua apparizione e accese la lavagnetta luminosa. Io aprii il megatomo platinato mentre mi sentivo rilassato e l’energia dei peperoni mi faceva diventare barzotto. Ma quella non fu una normale mattina. La prof. spiegò quali erano le differenze fra essere vivente e non, delimitandone l’esistenza con il chiaro tratto della riproduzione. Insomma, se ti riproduci sei un essere vivente, altrimenti no, sei un minerale o altro. Persino un virus, nella sua pochezza esistenziale (un filamento di RNA avvolto da un involucro proteico), rientra nella categoria degli esseri viventi. Mentre mi accarezzavo il pacco, l’orribile dubbio: e i preti? E le suore? Che sono? Loro neanche si riproducono, per volontà di potenza certo, ma comunque non fanno figli. Quindi sono minerali? Sassi? Ma sopratutto, se sì, quando si cibano e poi vanno al bagno, cosa producono? Un sasso non può creare materia organica. Quindi in che posizione della scala alimentare vanno collocati? 
  Mosso da quest’orribile dubbio, il mio pensiero andò subito a nonna Gilda, che ogni domenica andava in chiesa a sentire i sermoni di una pietra. Decisi di informarla. Presi il primo treno per Alloccopolis. Arrivato a casa parlai subito con la nonna e cercai di illuminarla sulle ultime scoperte della scienza. Nonna Gilda ascoltò le mie parole a lungo con attenzione e alla fine del discorso, con molta calma, prese il mattarello adibito alla preparazione dei ravioli dolci e mi picchiò selvaggiamente. Non contenta, mi costrinse ad accompagnarla al santuario più grande della città, che s’ergeva sul lato brullo delle colline periferiche. Provai a resistere, ma non appena nonna Gilda si accinse a prendere il matterello per la pizza (molto più robusto e pesante dell’altro) scelsi il male minore. Arrivati in loco fissai per un tempo indefinito quella specie di escrescenza tumorale cementifera che deturpava l’ottimo paesaggio circostante e, spinto a calci in culo da mia nonna, fui costretto ad entrarvi. Gildona decise di confessarsi, e io, rimasto solo in un luogo così sinistro, iniziai ad avere strane sensazioni: una specie di orticaria nevrotica miscelata a giuste dosi di paura. Ma il peggio doveva ancora venire. Apprendo da un viandante dell’esistenza di un tizio, di nome padre Nike, che si diverte a ballare rap music in infernali coreografie con i propri fedeli. Insomma, la visione del tizio che, come in una specie di grottesco flash mob, saltella sulle sue scarpette sportive accerchiato da un’orda di fanatici, mi turbò a tal punto che ci vollero tre panini con la porchetta e quattro spritz per calmarmi. 
  Riacquistato il lume della ragione, capii che avrei dovuto superare le mie paure e decisi quello che il povero Bearzot avrebbe definito un suicidio tattico: volli confessarmi. Armato di coraggio e di una birra entrai in un loculo. La prima sorpresa fu che il tipo in divisa era di colore, con il naso schiacciato e il faccione tondo. Rassegnatomi al fatto che non avrei mai capito di che minerale o materiale si trattasse, iniziai ad esporgli i miei peccati. Mentre parlavo lui annuiva con la testa in maniera compassionevole, e devo dire che quel suo atteggiamento mi rilassò. Ero a mio agio e alla fine decisi di esporgli tutti i miei dubbi. «Di che sei fatto? Da quale cava ti hanno estratto? Che tipo di minerale sei? ...e la tua storia geologica?» Mentre ponevo le domande notai però che esso continuava ad annuire imperterrito. Muoveva la testa beatificata come un pendolo. A quel punto alzai la voce e dissi: «Mi ascolti?» Non ebbi risposta. Al secondo vano tentativo, realizzai con orrore che quello non capiva l’italiano. Terrorizzato, aprii la birra e la scolai d’un fiato. Poi uscii in preda al panico, strappai nonna Gilda dalle liturgiche conversazioni di un uomo-cosa e scappai correndo via a 200km/h. Capii che al mondo tutto serviva meno che dei sassi in divisa.