Il Camparino, noto bar della periferia, è davvero un posto piacevole dove passare serate a base di birra e chiacchiere. A volte rimango con Gabry, il titolare, a giocare a scacchi fino al mattino. Beviamo tutta la notte, scherziamo, qualcuno gioca al VideoPoker, e spesso si arriva al mattino con la vista appannata e le vene stracolme d’alcol.
Gli avventori assidui del Camparino sono dei duri, alcuni addirittura dei fuoriclasse, gente di grosso calibro, come per esempio Doppio Rum, mitologico alcolizzato di paese, metà uomo e metà vino. Ricordo che una sera ci incrociammo fuori il bar, sulla strada. Lui orinava e a malapena riusciva a reggersi in piedi. Con una mano si teneva l’uccello e con l’altra cercava di appoggiarsi al muro che aveva di fronte. Sicché mi accostai a lui, aprii la patta e iniziai a pisciargli vicino. Mi sentii subito meglio. Ma di colpo Doppio Rum si voltò e, alitandomi addosso un fiato vinoso e nauseabondo, mi disse:
«O tu, n’ m’ piscià adduss’.»
Io lo rassicurai e risposi qualcosa come:
«Ma no, Doppio, tranquill’. Aguard’ cha sting bon’.»
E allora quello aprì gli occhi e rispose:
«J’ sacc’ coma sting j’.» Un vero poeta.
Rientrai e riattaccai con le spine. Gabry, dopo innumerevoli bicchieri, gridava a squarciagola le canzoni di Rino Gaetano. Il tasso alcolemico era fortissimo. Tutto andava per il meglio. Poi entrarono due facce nuove nel bar. Gabry era felicissimo e cantava Gianna Gianna.
«Che vi bevete?» chiese ai due forestieri l’animato barista. Si vedeva che era felice. Nulla lo avrebbe potuto spiazzare in quel momento, sì, nulla a parte l’ordinazione dei tizi.
«Un succo di frutta, grazie.»
Gabry abbassò lo stereo e, avvicinandosi ai due, tuonò:
«CHI DETT’?»
«Un succo, grazie, alla pera,» ricalcarono i forestieri.
Anch’io rimasi di stucco: erano anni che nessuno ordinava un non-alcolico. Preso da convulsioni, Gabry iniziò prima a boccheggiare, poi guardandosi intorno spaurito gridò:
«E CHE CAZZ’ AÈ?»
I due scomparvero per non tornare mai più. Ma Gabry non se ne fece un problema, e nemmeno noi del bar a dire il vero. Quindi ordinai due nuove spine, per me e per Gabry, e le ingurgitammo con velocità olimpionica. Tutto sembrava tornato alla normalità.
Ma ecco che entrò un altro personaggio e ordinò anche lui una spina. Lo riconobbi, era un tizio anonimo che abitava un paio di isolati più in là. Ebbene, quello attaccò a bere ma al secondo sorsetto s’accorse d’essere senza soldi. Allora, rivolgendosi a Gabry, disse:
«O Capriè, n’n ting na lir, la birr’ te la pag’ dapù, anz’, damm pur’ nu pacchet’ di sgaratt’ a uffo.»
Gabry s’incazzò di brutto, corse verso il tipo, lo afferrò per la collottola e lo trascinò fino alla porta, sicché alzò con un piede la grata e lo lanciò sulla strada, dove sfrecciavano le macchine veloci.
“Se n’n s’ mor’ mo, n’n s’ mor’ chiù,” pensai.
«BRAV, COMPÀ,» urlò Doppio Rum. E subito si riaddormentò sul tavolo.
Gabry rientrò sfregandosi le mani.
«Ma che cazz’ sa cred’, che vè qua e fa coma cazz’ gli pare?» disse inalberato.
Quindi si voltò verso il bancone, prese la spina ancora mezza piena del tizio e disse:
«E mò? Di chi cazz’ aè sta birr’?» Guardò il bicchiere qualche secondo, poi concluse: «Ah, è di lu cujon, vabbone... che cazz’ vò tenè l’aiz.» E la bevve tutta d’un fiato.
Decisi che era troppo e mi accinsi a pagare. Mi avvicinai alla cassa, aprii il portafoglio e ci guardai dentro: non avevo soldi, li avevo lasciati a casa. Alzai lo sguardo e Gabry, ballando sulle note di Celentano, mi fece:
«15 Euro per te, grande.»
“O cazzo,” pensai.
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